
Nome: Cristiano Abbadessa
io sono il Mago, il Savio, il Cinico: i tre personaggi che si raccontano nel tempo attraverso i diari di Abba e che sono tre sfaccettature della mia personalità . Ho iniziato questa avventura narrativa con il “Diario Mondiale” dedicato ai campionati di calcio 2006, e ho proseguito con il “Diario d’autunno”, i “Racconti cubani”, il diario “A muso duro” e il "Diario elettorale".
Potete leggerne qualche stralcio o scaricarli per intero sul mio sito: http://xoomer.alice.it/huapi
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Venerdì 29 agosto, mattina
La storia è ormai finita. Il percorso si è compiuto, e non resterebbe più nulla da dire intorno al lungo viaggio d’Oriente che abbiamo intrapreso.
Per coincidenza, però, vi sono delle ricorrenze da celebrare e degli obblighi non procrastinabili da adempiere. Urgenze impertinenti di cui non possiamo che rendere conto.
Ieri, giovedì, è stato il compleanno del Mago. Una ricorrenza un po’ più mesta del solito. In parte perché il numero degli anni cominciava a essere alto, ma senza peraltro essere particolarmente significativo; senza cioè marcare una di quelle scadenze simboliche che inducono a percepire un salto in avanti nel percorso della vita. Soprattutto perché stavolta, per mille ragioni, manca quell’entusiasmo prospettico che di solito anima questa ricorrenza, in cui il passaggio a una nuova età coincide con la fine dell’estate e l’inizio di un nuovo anno di attività (di qualunque attività si voglia parlare).
La festa è stata comunque celebrata secondo le abitudini schive e goderecce del Mago. Una giornata di assoluto riposo e di piena intimità con la Pasionaria, basata sulla preparazione di manicaretti per pranzo e cena e sulla complicità di coppia. Questo è per il Mago il senso della festa privatamente sua: la tranquillità, l’autocelebrazione, la sacralità del genetliaco e del focolare.
Gli amici, da sempre, rispettano la liturgia. Neppure telefonano per fare gli auguri, per non disturbare. Si limitano a presentarsi dopo cena con molta calma, più verso le dieci che intorno alle nove, per il saluto di doveroso omaggio, qualche parco regalo, un dolce da consumare in compagnia, quattro chiacchiere per riconfermare l’antico legame.
Si sono così ritrovati tutti insieme, ovviamente mogli comprese, per la prima volta dopo la lunga nottata olimpica di domenica, quella dedicata ai ricordi e ai commenti relativi ai Giochi. Non hanno affatto recuperato le energie profuse per seguire la grande edizione cinese, e basta guardarli per rendersene conto. Anzi, alla stanchezza fisica non smaltita con le dormite mai abbastanza lunghe si è aggiunto il tracollo adrenalinico che ha accompagnato la fine del divertimento. Così, in questi giorni, sono più che mai restii ad alzarsi e a iniziare la giornata, svuotati, privi di interessi, lenti nel ragionamento e nell’azione.
Anche per questo, ma certo non solo per questo, la chiacchiera tra amici, ieri, non riusciva a decollare. Si era tentato di buttarla su argomenti privati e per forza di cose coinvolgenti, sul sentimento di sé, sul futuro, sulle attese immediate o lontane. Inutilmente, perché il Mago si è messo a sfuggire con risposte svogliate ed evasive, la Pasionaria ha lanciato a getto continuo progetti strampalati e incompatibili, il Savio e la Santa hanno conservato la cautela banalizzante di chi è sospeso tra uno scaramantico silenzio (con cui proteggono il grande obiettivo che si sono posti) e la noiosa gestione delle minuzie quotidiane, il Cinico si è defilato nella diffidenza verso i suoi stessi eterni azzardi e l’Ingenua non è riuscita a sognare nulla che la conducesse fuori dall’ordinario tran-tran.
Quando si è tentato di allargare l’orizzonte e di parlare delle cose del mondo è stato anche peggio. Il Mago e la Pasionaria si sono messi a lanciare strali velenosi, furibondi e spietati, contro mille bersagli, senza risparmiare nessuno. Il Savio si è dibattuto invano nell’assenza di spiegazioni logiche che non può più dare per interpretare la realtà e di scelte razionali che possano giustificare una sua qualche azione. Il Cinico e la Santa sono rimasti quasi muti, osservatori disincantati e disillusi di una degenerazione locale e globale che giudicano irreversibile. L’Ingenua ha provato ad abbrancarsi alle fragili zattere dei rari esempi virtuosi, senza convincere nessuno e senza crederci neppure lei.
Erano lì da nemmeno un’ora, gli ospiti, e la serata sembrava già essersi impantanata senza rimedio. Tanto che, per evitare ovvie ripetizioni di frasi inutili e per schivare il rischio di urtare qualche suscettibilità, i sei avevano preso a dedicarsi ai resti del dolce e dissimulavano l’imbarazzo mettendo grande attenzione nella studiata consumazione degli alcolici digestivi.
Poi, irritato da quel nulla, al Cinico è venuto in mente che poteva tentare l’azzardo di proporre l’unico argomento di un certo interesse, privo di spigoli e peraltro non rinviabile: «Ragazzi, dopodomani inizia il campionato di calcio!» ha annunciato, con la voce soddisfatta e altisonante di chi rivela una novità.
«È vero – si è rianimato di colpo il Savio – Il tempo scarseggia, Mago. Perché tu, come al solito, ci devi dare il tuo pronostico prima che si incominci a giocare. E non hai altra occasione che questa, per farlo».
Il Mago, francamente, non ne aveva molta voglia. Però sapeva benissimo che il Savio aveva ragione: lui quel pronostico era obbligato a farlo, come da decenni in qua. E non c’era momento migliore di questa stanca serata per provare almeno a distrarsi facendo gli aruspici del pallone.
Così ha cominciato a parlare. E in breve tempo il calcio, come tante altre volte, è diventato il rifugio di quelle anime perse. Le donne hanno capito e hanno celato la stizza: si sono rassegnate a intraprendere un lento e costante andirivieni tra la cucina e il terrazzo, la sala e il terrazzo, qualche luogo misterioso e il terrazzo. Rispettosamente silenziose, per lasciare che il Mago scartasse il suo ultimo regalo di compleanno.
«Non ho visto quasi nulla, di calcio estivo – ha premesso il Mago per darsi un tono – D’altra parte è così da anni, e la cosa non mi crea problemi perché le amichevoli agostane hanno perso qualunque significato. Per cui, senza troppi patemi, baserò le mie previsioni su quel che si è visto lo scorso anno e sui cambiamenti che le squadre hanno apportato ai loro organici».
«In realtà questo campionato si presenta piuttosto nebuloso, difficile da decifrare – è entrato nel vivo – I cantori, credo per puro interesse di testata o di emittente, lo vogliono più bello ed equilibrato che mai, confidando nel fatto che vi sono cinque aspiranti al titolo: più delle due di un paio di anni fa, o delle tre apertamente dichiarate dell’anno scorso. Io, però, non credo che il livello medio sia cresciuto. Anzi, mi sembra di poter dire che la qualità generale si è leggermente abbassata e che gli squilibri sono aumentati».
«Forse c’è più nobiltà. Vedremo se le contendenti per lo scudetto saranno davvero cinque. Può darsi, ne dubito. Comunque ci può stare che le grandi ricche siano un poco più ricche di prima. L’anno scorso, però, c’era un’ottima e vitale classe borghese che diede pepe a tutto il torneo: una grande borghesia in lotta per l’Europa che conta e non troppo lontana dalle duellanti per il titolo, una media borghesia in grado di esibire qualche gioiello e di battersi per l’Europa minore, una piccola borghesia che ha comunque campato senza affanni e con la possibilità di togliersi qualche gustoso sfizio. Oggi, a parte quel paio di squadre che si pretendono ascese ai ranghi della nobiltà, il resto del ceto calcistico borghese mi sembra largamente impoverito, meno propenso a cullare sogni e fors’anche preoccupato di correre qualche rischio. In compenso, si è ampliata quella fascia di proletariato in lotta per la pura e faticosa sopravvivenza. In una parola: si è allargata la forbice tra quei pochi davvero benestanti e tutto il resto del gruppo».
E qui il Mago ha taciuto. Perché si è reso conto che, forse senza volerlo, il suo primo affresco sul campionato rimandava la perfetta metafora della società italiana.
Il Mago se n’è fatto una ragione. Che il calcio fosse specchio della vita, in definitiva, lo sapeva da sempre. Così, esaurite le premesse, si è acceso con calma la pipa e, dopo un robusto sorso di grappa, si è calato in pieno nella parte cominciando a parlare senza più interrompersi.
«Prenderò per buono, per convenzione, l’assioma delle cinque aspiranti al titolo. In effetti, tutte queste ambiziose squadre hanno le potenzialità per vincere, in linea puramente teorica, guardando agli organici e alla storia, che ha un suo peso. Io, però, vedo anche tanti limiti e difetti in queste cinque grandi acclarate. E partirò da quelli, esaminando i problemi di ciascuna e seguendo, per comodità, la classifica dello scorso anno».
«L’Inter resta forte, ma non direi più forte di un anno fa. Qualche innesto c’è stato, e appare di buon valore. Però credo che ci dovesse essere un rinnovamento maggiore, pur senza strafare: la squadra è comunque vecchiotta, e qualche giocatore non può dare l’apporto delle ultime annate. In più vedo qualche incongruenza di natura tattica: la squadra pullula di robuste punte centrali ma ha pochi esterni offensivi, che dovrebbero essere indispensabili se Mourinho, come pare, intende affidarsi a un modulo 4-3-3. Questi comunque sono dettagli, perché il vero avversario dell’Inter, secondo me, è la storia. L’Inter ha vinto gli ultimi tre scudetti, piaccia o no ai nostalgici moggiani che fanno del revisionismo continuo sul titolo 2006. Tre scudetti a fila li ha vinti solo il Milan di Capello, nei primi anni novanta. Di meglio fecero solo la Juve del quinquennio, a inizio anni trenta, e il grande Torino perito a Superga, con cinque titoli consecutivi a testa. Altre ere geologiche, altro calcio, ma soprattutto altre squadre, per censo, valore e nobiltà. Questa Inter non ha marcato, nei nostri anni, una superiorità sulla concorrenza paragonabile a quella delle squadre che ho citato. Quindi non me la vedo, proprio per un senso di equità rispetto alla storia, realizzare l’impresa mirabolante di quattro scudetti di fila».
«La Roma, a sua volta, non mi pare possa ritenersi rinforzata, tra cessioni non da poco e acquisti buoni ma non eclatanti. Resta una grande squadra, ma può avvertire, sempre più forte, la sindrome dell’eterna seconda, della bella ma non vincente. Sembra soffrire di un complesso di inferiorità, non dichiarato, dal quale cerca affannosamente di liberarsi, con ostinazione ma poco equilibrio. Intendo dire che cerca di sfruttare ogni occasione per affrancarsi dalla subalternità all’Inter, comprese le occasioni sbagliate. Si veda l’eccesso di foga agonistica e di tensione nervosa messo in campo nella Supercoppa: tanta fatica per una coppetta che non conta un cazzo, col risultato di aver comunque perso. Queste sono energie nervose sprecate per nulla, frutto della costante pressione dovuta all’ambiente capitolino, per nulla facile. E questo è un serio problema».
«Al contrario delle prime due, la Juve si è sicuramente rafforzata sull’ultimo mercato. Ma non basta, perché nell’organico restano ancora i buchi e le incongruenze figliati dalla campagna acquisti della stagione scorsa, quando non si puntò sul radicale rinnovamento ma si tentò un maquillage, non riuscito, a suon di giocatori di mezza età. Per cui la Juve è vecchia, piena di giocatori in declino. Quando sento che la qualità a centrocampo la devono garantire Nedved e Camoranesi, entrambi in nettissima parabola discendente, mi rendo conto che le ambizioni non possono essere eccessive. Inoltre, non può guardare all’eccellente terzo posto del torneo passato come a un significativo punto di partenza: quella Juve fece il massimo, in un campionato per lei straordinario e irripetibile. Ora, essendo un pochino più forte, potrebbe appunto ripetere quel risultato, ma non migliorarlo. Soffrirà fra l’altro il doppio impegno tra campionato e Champions, che lo scorso anno non aveva: anzi, le bastarono un paio di turni infrasettimanali e le partite di Coppa Italia, tra gennaio e febbraio, per ritrovarsi invischiata in un periodo di netta crisi di gioco e di risultati. Una pessima premessa, cui si aggiungerà l’handicap che sempre viene dalla preparazione anticipata di chi deve giocare il preliminare di Champions».
«La Fiorentina non so quanto davvero si ritenga in lizza per lo scudetto. Il suo possibile limite è continuare a ragionare sul futuribile, comportarsi da eterna promessa, accontentarsi dei piazzamenti e magari di piccoli progressi. Pagherà quanto e più della Juve la preparazione specifica fatta per il preliminare di Champions; dico che pagherà di più, perché l’avversario della Fiorentina era sulla carta più forte, e quindi il lavoro sarà stato ancora maggiormente indirizzato a questo impegno».
«Al proposito, ci terrei a chiarire una questione, a scanso di equivoci. Qualcuno minimizza il problema del preliminare, sostenendo che in definitiva si consuma nelle due settimane che precedono l’inizio del campionato, mica un secolo prima. È una sciocchezza. Anzitutto perché il preliminare è una tappa fondamentale per le squadre, giacché perdere vuol dire non entrare nel tabellone principale della Champions e rinunciare a una valanga di soldi; per cui la preparazione deve essere ottimale, mentre per l’inizio del campionato nessuno pretende di essere al cento per cento, giacché un’eventuale sconfitta non comporta nulla di drammatico. Poi non è neppure vero che il preliminare sia così a ridosso del campionato: in realtà nessuno si prepara mettendo a traguardo la prima giornata, visto che il campionato si ferma subito dopo per le nazionali; semmai si punta a entrare in forma a metà settembre, quando in tre giorni riparte per davvero la serie A e iniziano i gironi di Champions, ovvero in una data che cade ben un mese dopo il famigerato preliminare. Va anche detto che molti credono che le squadre impegnate nei preliminari siano, perché meglio preparate, più in forma per l’inizio del campionato. Non è quasi mai vero, perché raggiungere il top della forma a metà agosto vorrebbe dire crollare di schianto a primavera (ma forse anche ben prima di Natale, in attesa del recupero di condizione nella pausa invernale). In verità, di solito, per il preliminare le squadre fanno un lavoro basato sulla velocità, che le rende subito frizzanti e competitive; sbrigata la pratica, però, vanno a recuperare quel lavoro sul fondo che hanno trascurato ma che è indispensabile per arrivare in fondo alla stagione: il che vuol dire che a settembre-ottobre queste squadre sono di solito pesanti e imbastite, quindi meno sciolte e leggere delle avversarie. Ecco perché è in quei mesi che, secondo tradizione, finiscono per impiombarsi la stagione con risultati disastrosi».
«Tornando alle nostre cinque aspiranti, resta da dire del Milan. Qui la lettura dei limiti non mi pare complessa. Il Milan era una squadra di eccellente grana tecnica ma vecchia, molto vecchia. Ovvio constatare che non è certo migliorato. Buono l’ingaggio di Flamini, discreto ma non sufficiente a rimettere in sesto la difesa quello di Senderos, per il resto il Milan ha allestito un vero gerontocomio, affiancando ai polverosi ospiti che sono lì da sempre dei coetanei di fresco arrivo. Ha preso uno spompato cursore come Zambrotta (reduce da una stagione fallimentare a Barcellona e in azzurro) e un imbolsito cavallo di ritorno come Sheva (da due anni acciaccato e sulla panca del Chelsea), ai quali ha aggiunto un funambolo da sempre sopravvalutato, ma ora irrimediabilmente fuori ritmo e fuori condizione. Direi che il Milan ha proprio sbagliato tutto. Doveva approfittare dell’assenza dalla Champions per rinnovare radicalmente, direi anzi rivoluzionare. Probabilmente non avrebbe costruito una squadra da subito vincente, ma avrebbe ipotecato il futuro investendo su giovani di valore. Così, invece, non è vincente oggi e non ha futuro domani».
«Sono tutte osservazioni pertinenti e interessanti – ha interrotto il Savio cogliendo una mezza pausa del Mago – Ma qualcuna di queste, e credo proprio non altre, il campionato lo dovrà pur vincere. E tutto questo tuo sottolineare difetti dovrà cedere il passo alla valutazione dei pregi e indurti a scegliere la tua favorita, o le tue favorite».
Il Mago ha emesso un profondo sbuffo col naso e ha mosso la mano sinistra, quella che non gli serviva per reggere la pipa, aprendo il palmo in direzione degli amici per fare il gesto di stare calmi e avere pazienza. Quindi, senza scomporsi, ha rimestato il tabacco nel fornello, lo ha pigiato con cura, ha riattizzato il fuoco, ha aspirato un paio di boccate profonde, ha lasciato prontamente fuggire dalla bocca la voluta di fumo, si è bagnato la lingua con un sorso di grappa, ha dato una nuova e più contenuta tirata. Quindi, finalmente, ha ripreso a parlare.
«Ho appunto pesato pregi e difetti per arrivare a una scelta. Non facile, comunque. E a tal proposito preciserò subito che, proprio per l’incertezza che mi porto appresso, non farò un pronostico secco come lo scorso anno, indicando due favorite alla pari, ma userò l’altro mio criterio di previsione: sceglierò una sola favorita, ma indicherò anche due possibili alternative per la vittoria finale. Quando faccio questo tipo di pronostico, personalmente mi ritengo vincitore se il campionato va alla mia prima favorita; ma se vince una delle altre due che ho nominato ritengo comunque di aver chiuso in pari i miei conti con il fato. Se invece tocca a qualcun altro, allora significa che non ci ho capito nulla e che ho sbagliato».
«Insomma, ti comporti e ti giudichi un po’ come uno scommettitore – ha sintetizzato il Cinico, che di queste cose ne mastica – È come se facessi una puntata forte su una squadra e un paio di puntate di copertura su altre due squadre. Se azzecchi la prima, sicuramente vinci dei soldi rispetto a quelli che hai messo in gioco, mentre se vince una delle altre due puoi arrivare più o meno a recuperare quel che hai puntato nel complesso. Se vincono altre squadre, ci rimetti tutto il gruzzolo».
Il Mago ha seguito la spiegazione con l’attenzione del neofita, neppure troppo interessato a entrare nei dettagliati meccanismi della scommessa sportiva. «Grosso modo è così» ha concluso sulla base di quel che aveva capito.
«Al netto di tutte le perplessità che ho esposto prima – si è fatto coraggio il Mago – la mia favorita è la Roma. Resta, in base a quanto mostrato negli ultimi anni, la squadra con il gioco migliore e più collaudato. Il che è un primo vantaggio non trascurabile. Quel che però mi fa propendere per la Roma è che credo nella sua capacità di completare trionfalmente quel progressivo percorso di conquista della concretezza che ha intrapreso. Voglio dire che la Roma giocava benissimo, ma a sprazzi, già tre anni fa, una volta superata la fase del collaudo; ma non andò oltre il quinto posto sul campo. Due anni fa era una squadra splendida: nell’arco della stagione recitò almeno una quindicina di partite sontuose e spettacolari, perdendosi però molte volte per strada, addormentandosi in gare abbordabili, lasciando per la via punti preziosi; e finì nettamente staccata dall’Inter. L’anno scorso fu già molto meno bella: mise insieme cinque o sei grandi partite, un bel mazzetto di buone o discrete esibizioni, limitò moltissimo le distrazioni e i regali; infatti arrivò a sfiorare lo scudetto. Quest’anno potrebbe benissimo affinare ulteriormente la sua praticità, fermo restando il valore aggiunto della qualità tecnica e di schemi difficili da leggere e da contrastare, per le avversarie. Con meno fronzoli e un pizzico (ma basta davvero un pizzico) di continuità in più potrebbe arrivare allo scudetto. Deve però chiarire gli equivoci su Totti: se è in buone condizioni resta un giocatore fondamentale, ma se viaggia a scartamento ridotto diventa un peso insostenibile, visto che per ruolo e personalità finisce con il catalizzare il gioco e anche le responsabilità. Ci vorrà il coraggio di scelte eventualmente impopolari, ma probabilmente decisive per la vittoria. Spalletti dovrebbe averlo».
«Per le alternative, seguo un binario apparentemente divergente. La prima alternativa è quella istituzionale e più ovvia, cioè l’Inter. Resta una squadra forte, come dicevo prima, e in più ha Mourinho, che è un allenatore bravissimo a gestire i campionati, come dimostra il suo curriculum al Chelsea, eccellente in Premier ma assai più ordinario nelle coppe (nazionali e internazionali). Se sarà padrone della situazione, Mourinho è il tipo capace di azzannare alla gola il torneo e non mollare più la presa, un po’ come faceva Capello: uno che incamera 28 punti nelle prime dieci giornate e poi gestisce con saggezza il vantaggio, senza più strafare e senza mai sbracare. Per essere sinceri: se questa Inter, con i giocatori che ha e un nuovo allenatore di tal fatta, provenisse da anni di piazzamenti e digiuni, non esiterei un istante a considerarla la mia primissima e netta favorita. Siccome invece viene da tre scudetti, le cose stanno un po’ diversamente. Non solo per quel peso della storia di cui parlavo prima, ma perché in effetti può subentrare un po’ di appagamento rispetto a un trofeo già vinto serialmente, mentre di pari passo può crescere l’ossessione per quella Champions che ha riservato delusioni cocenti e qualche figura barbina. Mi ripeto: per vincere lo scudetto devono lasciar fare a Mourinho, il quale sa benissimo che un campionato lo si può gestire in base alle potenzialità, mentre il fatto di primeggiare in coppa è spesso questione di culo più che di programmazione (e lui lo sa proprio perché gli è capitato di vincere la Champions, a sorpresa, con un Porto appena decoroso mentre non è mai riuscito ad andare neppure in finale guidando il sontuoso Chelsea). I guai inizieranno se la società, attraverso una delle sue mille e dissonanti voci, comincerà a far pressioni per far riposare tre o quattro giocatori importanti a ogni turno di campionato, magari complicato, che precede un incontro di coppa, magari facile. In quel caso, sarà la fine».
«L’altra alternativa che mi sento di indicare è, all’opposto, la meno nobile del lotto: la Fiorentina. Sia chiaro che non lo faccio per vezzo, cosa che non è nel mio stile. Al contrario, indico la Fiorentina per il più semplice e banale dei motivi: per me è la più forte di tutte, per valore dei singoli, freschezza dell’organico, potenzialità dei giovani, equilibrio fra i reparti e qualità del tecnico. Ha solo un gioco meno rodato e spettacolare rispetto alla Roma e meno potenza rispetto all’Inter, ma in prospettiva le può superare entrambe per varietà dell’assortimento e delle soluzioni. Il suo limite sta in quel che già ho detto: potrebbe non crederci, e sarebbe ovviamente un problema. Ma se ci crede è in grado di competere alla pari con chiunque, e forse persino di vincere».
L’essenza del vaticinio era ora di pubblico dominio. Il Mago ha cessato di parlare, ha ripetuto i gesti indispensabili a ravvivare il fuoco per gustarsi l’ultima presa di tabacco nella pipa, ha nuovamente sorseggiato dal suo bicchierino e si è dato a studiare con gli occhi le reazioni degli amici.
«Sono un po’ perplesso – ha confessato il Savio dopo un breve silenzio – Io non faccio pronostici, ma nei tuoi non mi ci ritrovo molto: né per come hai ordinato le tue favorite, né per quelle che hai escluso dal novero. O meglio, su una cosa sono completamente d’accordo: l’eliminazione del Milan dal lotto delle aspiranti al titolo. Su questo, condivido tutto quello che hai detto. Al limite, per essere precisi, potrei essere un pochino più possibilista su Shevchenko, che non so se sia davvero finito o se sia stato un po’ mobbizzato in Inghilterra. In compenso sarei anche più duro su Ronaldinho: un acquisto esclusivamente mediatico, di grande impatto ma dannosissimo per la squadra».
«È un brocco imbolsito – ha ridacchiato il Cinico con sgarbo – L’ho visto alle Olimpiadi, in quasi tutte le partite: ha piazzato qualche numero da circo contro neozelandesi e cinesi (mica cazzi!), ma è stato assolutamente inesistente contro Belgio, Camerun e Argentina, cioè nelle partite che contavano qualcosa e che proponevano un minimo di difficoltà. Certo, ha tirato qualche bella punizione; ma ormai può fare solo quello. D’altra parte anche il Mago, se lo lasciassero in campo per novanta minuti senza chiedergli di correre né di dribblare, potrebbe cavare qualche bel calcio piazzato dal suo repertorio». Il Mago ha riso, prendendo il tutto come un complimento, seppure un po’ sottotraccia.
Lo sfottò era così pesante che il Savio, che pure ci aveva messo del suo, si è sentito in dovere di fare una precisazione. «Intendiamoci – ha detto – Ronaldinho non sarà un Ronaldo bis. Il Dentone lo faranno giocare parecchio, credo quasi sempre; non mi pare sia rotto, e non lo lasceranno fuori due volte sì e mezza no come facevano con l’altro. E segnerà pure un po’ di gol: punizioni, rigori, qualche giocata da fermo o quasi, ma li segnerà. E magari gli capiterà di farne pure in partite importanti, perché una punizione capolavoro ti può benissimo riuscire anche contro l’Inter, la Juve o la Roma. Il che consentirà a qualche venditore di fumo di spacciarlo per un campione ritrovato e per un grande acquisto, a gloria di Berlusconi e dei suoi manutengoli. Ma sarà, inesorabile, la valutazione complessiva a darci il pieno senso del fallimento: sul piano del gioco non porterà nulla, su quello dei risultati neppure, e in compenso farà a pezzi lo spogliatoio e costringerà tanta gente più in forma (da Seedorf a qualche attaccante) a fargli spazio. Per mesi ci racconteranno delle balle contro ogni evidenza, cercando di incensarlo. Fino all’impietoso tirar delle somme, che renderà giustizia a un verdetto che per me è già scritto».
Il Mago ha annuito con aria grave. Anche lui, infatti, non crede per niente al Milan. A parole si è limitato a escluderlo dalla lotta per lo scudetto, ma in cuor suo lo vede seriamente in pericolo di uno sprofondamento nell’anonimato, se non peggio.
«Sono invece assai più perplesso sul tuo ignorare la Juve – ha ripreso il Savio, mettendo a fuoco le ragioni del dissenso – Ha dei limiti strutturali e degli acciacchi dovuti all’età, questo è vero. Però è anche squadra famelica e motivatissima, e non manca occasione per dimostrarlo ogni volta che scende in campo, quale che sia l’avversario. L’ambiente, dalla dirigenza ai tifosi, ci crede molto: e questo alla lunga pesa parecchio».
Il Mago non ha consentito che il Savio continuasse a elencare le virtù bianconere. Perché, in fondo, le conosceva benissimo anche lui. «Anch’io ho faticato a scartarla – ha ammesso per evitare equivoci – Ma dovevo fare delle scelte, mica potevo considerare tutte favorite. Ho valutato che quei difetti detti all’inizio siano maggiori dei tanti pregi, e l’ho tolta del mazzo. Un poco mi spiace anche, per essere sincero. Mi spiace più che altro per la stima che ho per Ranieri, che credo stia facendo un ottimo lavoro e che meriterebbe qualche frutto tangibile. Fra l’altro ho scoperto di non essere il solo a pensarla così; ed è stata una scoperta un po’ sorprendente. È stato quando siamo andati a cena dal Pirazzèn, il quale ha tranquillamente confidato di ritenere Ranieri “un ottimo allenatore, un bel costruttore di squadre cui hanno sempre portato via il giocattolo al momento buono”. Si è persino sbilanciato dicendo che “è uno che ha lavorato sempre bene, e si meriterebbe anche di vincerlo, un campionato. Certo, non alla Juve, però!” si è affrettato a precisare, quasi gridando, come se pronunciasse un frettoloso scongiuro.
«A me invece la Juve non dice molto – ha voluto precisare il Cinico, più che altro per ribadire la sua antica avversione – E come sempre spero che non vinca nulla. Anzi, più di sempre. Perché se la Juve società non l’ho mai amata, devo invece dire che gli juventini mi sono diventati davvero indigesti da un paio d’anni in qua. Prima, bene o male, rubacchiavano, ma lo sapevano anche loro e si comportavano con un certo stile, almeno in apparenza. Adesso, da quando sono stati scoperti e puniti, pare che siano loro le vittime del sistema. Intollerabile. Hanno rubato quattro o cinque campionati, oltre a quelli che gli hanno revocato, e sono lì a piagnucolare e rivendicare quei due scudetti che loro giudicano scippati da una giustizia ingiusta. Mostrano il volto dell’eterno potere che non accetta di dover rendere conto a nessuno e non sopporta l’ipotesi della sconfitta. Sono insopportabili».
«Un po’ è vero – ha riso il Mago – Persino penne illuminate del giornalismo sportivo, di nota fede juventina ma di tradizionale obiettività, si sono ultimamente intignate a pescar nel torbido, rievocando senza alcun pretesto logico lontane malefatte telefoniche, anagrafiche o tributarie di cui sarebbero colpevoli tutte le squadre d’Italia tranne la Juve, tentando di rimettere i conti in pari. Un po’ come se pretendessero di paragonare un occasionale evasore fiscale o un imprenditore che non rispetta alla lettera le mille norme della 626 ai capibastone di un sistema mafioso onnipresente e ramificato, in grado di dettare la sua legge a qualunque istituzione. Sono un po’ ridicoli, sinceramente. E mi ricordano quegli antichi socialisti ora berlusconiani che, contro l’evidenza che li vede da sempre al potere, continuano a proclamarsi vittime di un colpo di stato perpetrato contro di loro dall’orrido Di Pietro e dai suoi padroni comunisti. A quanto pare, l’essere senza vergogna è uno dei connotati dominanti nel nostro paese. E non solo fra le classi dirigenti».
«Il resto del torneo ci dice poco – ha ripreso il Mago con tono più leggero e distaccato – Come spiegavo prima, la classe media si è molto allontanata dal vertice e dovrà più guardarsi le spalle che puntare in alto».
«Tra le squadre che si vorrebbero di seconda fascia – ha esaminato velocemente – vedo abbastanza bene il Napoli, che può dare sostanza a un percorso di lunga durata verso il grande calcio. Credo poi cha abbiano allestito buone squadre Lazio e Atalanta, mossesi con intelligenza sul mercato e anche con un certo gusto per l’investimento e il rischio calcolato. Dall’Udinese non mi aspetto assolutamente nulla, ormai: ottima squadra, ma evidentemente votata per scelta al piccolo cabotaggio, come ha dimostrato gli anni passati con i suoi ingiustificabili alti e bassi. Samp e Genoa sono ancora abbastanza indecifrabili, ma credo comunque che le loro azioni siano lievemente in ribasso: penso a una flessione contenuta più che a un crollo, ma certo non mi attendo exploit. Preoccupa invece il Palermo, dove si respira aria di smobilitazione: sul mercato si è di sicuro indebolito, ma avrebbe ancora una squadra più che dignitosa; temo però che l’ambiente sia ormai demotivato, per cui non escludo possa anche ritrovarsi invischiato in situazioni ad alto rischio».
«Tutto il resto è proletariato – ha concluso il Mago – E, per ora, si tratta di un magma non decifrabile. La lotta per la salvezza riguarda almeno otto squadre e si annuncia perciò più ampia e più aspra dell’anno scorso. Poi, è probabile, una o due squadre troveranno un buon passo e si caveranno d’impiccio con un certo anticipo. Anche se è assai probabile che cada nel gorgo qualcuna delle compagini di medio valore di cui ho parlato prima».
Nessuno ha replicato alle considerazioni del Mago. Forse perché erano generiche, forse perché erano condivise. O forse perché, in definitiva, della borghesia in sfacelo e dell’eterno proletariato calcistico non importava nulla a nessuno.
Ora, il viaggio era davvero finito. Tanto parlar di calcio, di campionato, di rivalità consumate e di piccole furberie riportava inesorabilmente, e definitivamente, a casa i nostri protagonisti.
Il viaggio nell’Oriente è stato lungo e travagliato. Forse ha avuto meno tappe del previsto: sono rimasti completamente fuori dall’itinerario l’Iraq e l’Afghanistan con le loro eterne occupazioni di pace, le inestricabili lacerazioni libanesi, l’irrisolvibile contesa fra israeliani e palestinesi (con tutti gli annessi di fazione), i tumulti pakistani, i mutamenti silenziosi del Sud-Est asiatico. E sono rimasti fuori anche tanti altri luoghi, assai meno dolenti, anzi affascinanti e a volte carichi di struggenti ricordi che avrebbero potuto dare slancio ai sentimenti dei nostri amici. Alcune soste, infine, sono state brevi e non esaustive, assai più superficiali e transitorie di quanto avremmo desiderato. Abbiamo scoperto solo spicchi e frammenti di un mondo che, alla partenza, ci eravamo illusi di poter indagare con ben altra profondità e passione.
La cronaca ha reclamato i suoi spazi, più spesso di quanto si pensava. La cronaca sportiva, certo, coi suoi grandi appuntamenti in realtà già previsti. Ma soprattutto quella politica, economica e militare, che ci trasmette di questi tempi l’immagine di un mondo in preoccupata attesa. E che ci ha portato a scoprire un nuovo angolo di Oriente in guerra di cui avremmo tutti preferito continuare a ignorare l’esistenza, felicemente ignavi.
Anche i nostri amici vivono l’intricato momento internazionale con la giusta e doverosa partecipazione emotiva.
Ma ora, tornati a casa, vivono soprattutto il disagio per questa Italia incivile, incattivita e matrigna, con cui devono fare concretamente i conti. Un paese blindato, fondato su divieti e proibizioni. Un paese senza speranza e pieno di diffidenza e intolleranza. Un paese che pare diventato di proprietà privata, in cui le leggi proteggono i privilegi di pochi, e l’impunità annessa, tartassando e minacciando tutti gli altri.
Tragicamente, un paese che non si trova sotto dittatura. Il che, quantomeno, renderebbe spiegabili, se non digeribili, certe situazioni. È invece un paese che, manipolato e spaventato ad arte, sembra gradire la logica del terrore e dell’autodifesa. Un paese in cui tutti sembrano sentirsi sicuri, se non contenti, quando possono erigere piccoli ma solidi muri attorno alla propria persona e alle proprie cose. Per chiudersi, per tenere lontano l’altro e, possibilmente, arrivare addirittura a ignorarne l’esistenza.
Queste cose, ieri sera, si sono poi lungamente confessati i nostri amici, sciolta finalmente la lingua dopo aver allegramente divagato con il pallone imminente.
Più che le loro incerte condizioni individuali e più che le grandi minacce globali, oggi ad affliggerli è questa grande muraglia che circonda la nostra società impoverita. Sempre più insicura e più misera, da tutti i punti di vista.
Sanno di avere due scelte: contribuire ad abbattere la muraglia (certo non da soli, ma protagonisti con il concorso di altri volonterosi) e a liberare tutti da questa oppressione, oppure scavalcarla in qualche modo e perdersi verso lidi ancora ignoti.
Oggi, inizio di un nuovo anno, non sanno se ritroveranno la giovanile energia e la ferrea volontà di distruggere per salvare o se scopriranno la voglia anelante e il coraggio disperato di evadere per fuggire.
Sanno, però, che non esiste una terza scelta.
