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Nome: Cristiano Abbadessa
io sono il Mago, il Savio, il Cinico: i tre personaggi che si raccontano nel tempo attraverso i diari di Abba e che sono tre sfaccettature della mia personalità . Ho iniziato questa avventura narrativa con il “Diario Mondiale” dedicato ai campionati di calcio 2006, e ho proseguito con il “Diario d’autunno”, i “Racconti cubani”, il diario “A muso duro” e il "Diario elettorale".
Potete leggerne qualche stralcio o scaricarli per intero sul mio sito: http://xoomer.alice.it/huapi
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Mercoledì 27 agosto, mattinata
Doveva entrarci per qualcosa la nostalgia delle Olimpiadi tradizionali, quelle che si chiudevano con la maratona. Forse per quello i nostri hanno vinto il sonno e i mille contrattempi che ne derivavano per sorbirsi un’ultima interminabile fatica, tirando tardi, fin nel cuore della notte, pur di esaurire le loro considerazioni sui Giochi.
Hanno dovuto richiamare le energie e fare appello alle facoltà mentali residue, confidando in un’ultima scarica di adrenalina. Anche perché l’ultima parte della discussione era la più impegnativa: non più riepilogazioni di eventi, citazioni di grandi personaggi, storie di competizioni, ma uno sguardo aperto su problemi più generali e talora più grandi, su quel contorno del vissuto olimpico che spaziava dall’informazione alla politica.
Impresa meno affascinante ma certo più profonda, da affrontare, in quella notte tra domenica e lunedì, rimettendo faticosamente in funzione le cellule cerebrali ormai assopite.
Un’Olimpiade celebrata in una paese lontano comporta sempre delle difficoltà organizzative, per chi dalle nostre parti si ingegna a seguire tutte le gare o quante più possibile. Lo sapevano a priori, i nostri, tanto da averne parlato diffusamente alla vigilia dell’apertura. Questione di fuso orario, ovviamente. Almeno in primo luogo. Perché poi può anche accadere che altre scelte, discutibili o persino inspiegabili, intervengano a complicare ulteriormente le cose.
La voce lenta e l’occhio acquoso, il Mago ha cercato di incolpare altri della sua stanchezza: «Va bene i problemi connessi al fuso orario, ma qui ci siamo stremati anche per correre dietro a una programmazione folle. E sto parlando della programmazione organizzativa, non di quella televisiva. I calendari erano astrusi, con gare piazzate a orari impossibili e incomprensibili. Il che ha complicato non poco il nostro mestiere di guardoni».
«Prenditela con lo strapotere delle televisioni, quelle americane in testa – ha chiarito il Cinico – Sono loro che fanno e disfano i calendari. Basta vedere l’assurdità del nuoto con le batterie di pomeriggio e le finali la mattina successiva. Una cosa che non piaceva né al pubblico né, tantomeno, agli atleti, che se ne sono lagnati in lungo e in largo. Ma quello era l’orario voluto dalla Nbc per dare il nuoto in prime-time nel Nordamerica».
«Dal punto di vista sportivo si è trattato di una roba abominevole. Però per noi, alla fin fine, il nuoto era ancora uno degli sport che meglio si riuscivano a seguire – ha obiettato la Santa – Certo, bisognava affidarsi alle registrazioni. Ma non era un gran problema, perché nulla si sovrapponeva alle gare di nuoto ed eri ben sicuro, al mattino, di ritrovarti davvero nella registrazione quel che volevi».
«Già – ha detto la Pasionaria – È un po’ quel che è accaduto con marce e maratone, programmate all’alba pechinese per evitare i problemi di caldo e inquinamento. Un assurdo tecnico, se vogliamo. Però sono gare che noi abbiamo comodamente visto in registrazione integrale senza smenarci nulla».
«Infatti – si è riallacciato il Mago – io me la stavo prendendo più che altro con la cattiva distribuzione delle finali e dei momenti decisivi nell’arco della giornata. La durata delle varie competizioni è ormai abbastanza fissa e prevedibile, per cui non riesco proprio a capire per quale motivo gli orari delle gare fossero fissati in modo tale da avere momenti della giornata in cui impazzivi per la contemporanea assegnazione di una valanga di titoli (magari nella stessa disciplina, com’è più volte accaduto con l’atletica) e la coincidenza con partite stellari nei vari tornei, mentre poi avevi intere ore in cui non accadeva nulla o quasi».
«È verissimo – ha confermato il Savio – Ho notato anch’io che c’erano ore di punta e ore morte. C’era parecchio nel cuore della nostra notte, fino alle sei del mattino o poco oltre. Poi c’era una carestia fin verso le nove (con un buco totale tra le sette e le otto: scomodissimo, perché coincideva giusto col nostro risveglio) prima di un altro bombardamento intensivo tra le nove e le undici. Quindi un’altra diradazione di eventi, soprattutto nella seconda settimana, fino a che non si riprendeva con l’atletica per arrivare a un nuovo picco di gare in contemporanea nel nostro primo pomeriggio. Dopo le quattro, rimanevano in pista i cestisti e, ma solo qualche volta, i pallavolisti. Sinceramente questo quadro non è che sia proprio del tutto spiegabile. Passi per il primo buco, che corrispondeva all’ora di pranzo cinese. Meno comprensibile quello a fine giornata, perché non si vede per quale motivo dopo le dieci di sera non possano disputarsi competizioni. Assolutamente inspiegabile, però, quello scomparire di eventi nella nostra tarda mattinata, che corrispondeva all’orario compreso fra le cinque e le sette del pomeriggio cinese: un momento ideale per gareggiare, di solito; di sicuro perfetto per le competizioni al chiuso, per le quali non valevano le problematiche di clima e inquinamento».
«Tu non riesci a trovare una spiegazione perché ragioni coi tuoi parametri e secondo logica – ha commentato il Cinico con l’aria di chi la sa lunga – Ma se in quegli orari non c’erano gare, un motivo ci sarà di sicuro. Un motivo economico, intendo, perché è la spendibilità commerciale dei vari prodotti olimpici a fare il calendario. Magari, che so, puoi considerare che quel tardo pomeriggio cinese, corrispondente alla nostra tarda mattinata, viene a cadere proprio nell’ora del risveglio americano. E forse gli appassionati di quelle parti preferiscono avere il tempo di raggiungere un computer sul posto di lavoro, per vedersi lì le gare, piuttosto che intossicare la sacra colazione familiare con il condimento delle competizioni olimpiche. Non conosco gli usi di quella gente, ma una spiegazione economica deve esserci per forza».
«Può darsi – ha riflettuto il Mago – Certo, sappiamo che tutto viaggia dietro agli interessi economici, e ne abbiamo parlato anche ben prima che i Giochi iniziassero, quando ci siamo confrontati sul caso Pistorius e sulla vicenda dei nuovi costumi natatori. Poi ne abbiamo dovuto prendere atto quotidianamente, con la promozione continua di sport che tali non sono, inseriti nel calendario olimpico per qualche oscura ragione commerciale ma totalmente inguardabili e privi di una minima credibilità agonistica. Tuttavia, per quanto riguarda gli orari, credo che certe scelte rimangano ingiustificabili. se non altro, perché sono state oltretutto penalizzanti per gli spettatori cinesi, che dovevano andare negli stadi a orari astrusi».
«Ma degli spettatori cinesi non fregava un cazzo a nessuno – ha sbottato la Pasionaria – Le Olimpiadi sono evento televisivo. Gli stadi devono essere pieni per coreografia, per dare l’idea della partecipazione. Ma poi il pubblico deve essere composto e silente. Lo hanno persino fatto scomparire dall’audio, eliminando i cosiddetti effetti sonori: e siccome questo è avvenuto in tutti gli impianti, credo si trattasse di una scelta strategica meditata. Il volume dell’ambiente era quasi azzerato: non si sentivano i boati, gli incitamenti, gli applausi. E non si sentivano i piccoli gruppi di supporter ospiti, spesso formati dagli stessi atleti, che festeggiavano i loro vincitori, magari cantando in coro l’inno nazionale al momento della premiazione. Si vedevano questi medagliati e i loro tifosi muovere la bocca come pesci nell’acquario, senza che una sola parola arrivasse ai nostri orecchi. Hanno scelto la strada dell’Olimpiade asettica. E per me è stata una cosa orribile».
Forse è stata un’Olimpiade asettica, anche per esigenze politiche. Di sicuro è stata un’Olimpiade faticosa. Eppure il Savio, stampato in volto un ebete sorriso di beatitudine, ha considerato: «Alla resa dei conti, è stata l’Olimpiade che ho meglio seguito in vita mia. Dall’inizio alla fine, e con tantissime gare viste, senza perdere quasi nessuno degli eventi principali».
«Probabilmente è vero per tutti noi – ha condiviso il Mago – Ma, a parte la felice collocazione a cavallo del ferragosto, se siamo riusciti a vedere parecchio dobbiamo ringraziare la multimedialità. Alla fine ce la siamo cavata bene integrando tv in chiaro, un paio di canali satellitari o tre, le dirette in streaming. Se, come nel passato, non avessimo avuto questi mezzi, saremmo qui a roderci il fegato. Perché la Rai, dopo un inizio abbastanza promettente, è miseramente naufragata».
«Vero – ha riconosciuto il Savio – Molte scelte di programmazione sono state davvero inconcepibili. Su Raidue, a ben vedere, ci saremmo persi intere giornate di atletica e quasi tutte le partite dei tornei. Ci hanno salvati lo streaming e un po’ di Eurosport, più ancora che il canale satellitare Rai».
«Sì – ha rincarato il Mago – Raisportpiù è stata davvero male utilizzata. A volte trasmetteva le stesse cose, spesso dava incomprensibili repliche di eventi conclusi da qualche ora, per giunta si sbizzarriva in differite integrali lunghissime, del tutto incongrue al ritmo olimpico. Ripeteva più volte la stessa gara, ignorandone altre. Gestita male, molto male. Fra l’altro con repliche date negli orari di gara, perdendo altre dirette, mentre alla sera mandava in onda lo stesso sciapo salottino di Raidue: assurdissimo, perché quella era invece l’ora per far vedere, in sintesi differita, le gare a chi le aveva perse perché era al lavoro».
«Per di più – si è scandalizzato il Savio – avevano il pessimo vizio di non comunicare mai, né per Raidue né per il canale digital-satellitare, quali eventi avrebbero trasmesso. La programmazione di Raisportpiù non compariva sul televideo fino al giorno stesso: cosa inutile, essendo molte gare in piena notte. Inoltre, quasi mai le scelte iniziali venivano rispettate. Impossibile registrare, in questo modo. Davvero un servizio pubblico totalmente irrispettoso delle esigenze degli utenti».
«Secondo me non è una scelta casuale, né una banale mancanza di attenzione – ha malignato il Cinico – Sono gli inserzionisti pubblicitari che vogliono ostacolare in tutti i modi le registrazioni, perché chi le guarda ha la, per loro pessima, abitudine di avanzare velocemente quando ci sono le pubblicità».
«Idea scema – ha commentato il Mago, senza far capire se si riferisse al Cinico o agli inserzionisti – Perché in questo modo, visto che non posso registrare, in ogni caso lo spot non lo vedo. E poi Eurosport, che ha anch’essa parecchia pubblicità, dava invece una rigorosa programmazione con parecchi giorni di anticipo. Non sempre le scelte erano felicissime (loro devono per contratto ruotare in modo equo diversi sport, credo), ma in tanti casi ci ha salvato».
«Ma più che altro ci ha salvato lo streaming – ha ricordato il Cinico – Soprattutto per me, e per i miei amati sport di squadra, è stato davvero fondamentale. Basti dire che la Rai, negli ultimi giorni, ha completamente perso di vista i due tornei di pallanuoto, finali comprese, per dare enorme spazio in diretta al nuoto sincronizzato e alla ginnastica ritmica. Inaccettabile, perché si tratta di finti sport in cui, per giunta, la classifica viene fatta da giurie corrotte. Giustamente, peraltro, perché sono evoluzioni così assurde che nessuno, oggettivamente, può stabilire una graduatoria credibile».
«Questi sport non ci piacciono – ha cercato di chiarire il Savio – Però dobbiamo concedere che tutti i gusti sono gusti. Quel che invece non va bene è che non vengano rispettati dei criteri minimamente oggettivi per la scelta delle gare trasmesse. Voglio dire che la finale del torneo femminile di pallanuoto, in quanto finale, sarà sempre più importante, e da privilegiare, rispetto a una gara eliminatoria dell’individuale di ginnastica ritmica (competizione che, per giunta, non vedeva in lizza atlete italiane). Al di là dei gusti personali, esiste una graduatoria scritta dall’importanza degli eventi».
«Non mi basta! – ha tuonato il Mago – Ci sono anche dei valori da rispettare. La pallanuoto, come altre discipline, ha fatto la storia dei Giochi olimpici ed è uno sport vero. Mentre non riconosco nessuna dignità a queste parodie di competizioni tra majorettes, alle acrobati d’acqua, ai bagnini in evoluzione ludica sulle spiagge artefatte. Ci sono discipline che è una vergogna siano nel programma olimpico, ed è una doppia vergogna che vengano pure trasmesse dalle televisioni».
Il vero grande limite della Rai, come d’altronde già si sapeva, è quello di seguire quasi esclusivamente gli atleti italiani. Un sintomo di provincialismo, secondo i nostri amici, per di più esercitato con imbarazzante incompetenza. Ma qui il discorso si è allargato, perché quanto a scarsa conoscenza dei protagonisti olimpici tenevano degnissima compagnia al carrozzone Rai quasi tutte le testate giornalistiche, a cominciare da quelle sportive che, in teoria, dovrebbero quotidianamente campare sulla cronaca di questi eventi.
«Uno dei grandi equivoci di queste Olimpiadi – ha detto il Mago – è stato la presunta debacle di tanti grandissimi favoriti. “La maledizione dello spot”, l’hanno chiamata, riferendosi al filmato propagandistico ufficiale del Cio in cui comparivano una quindicina di grandi campioni, presunte stelle dei Giochi, solo due dei quali (Phelps e la Isinbaeva) hanno poi effettivamente vinto la medaglia d’oro. Gli altri, battuti e spesso umiliati, addirittura fuori dai podi o dalle finali. L’impressione è che si tratti di quello che, al tempo dei Mondiali di calcio, chiamai “effetto Kournikova”: campioni che ballano una sola estate ma che, per la loro avvenenza o per motivi politici o interessi commerciali, diventano dei simboli sui quali si continua a investire. Senza badare al fatto che, distratti da mille occupazioni mondane, hanno già preso il viale del tramonto ancor prima di percorrere per davvero quello della gloria».
«Fai bene a parlare di grande equivoco – lo ha appoggiato il Savio – Perché in realtà certe sconfitte erano largamente prevedibili, guardando ai risultati del recente passato. Chi aveva seguito la Manaudou negli ultimi due anni faticava molto a crederla protagonista in questi Giochi. eppure tutta la canea mediatica ha imbastito lenzuoli di carta e torrenti di servizi televisivi su questa intrigante ex campionessa francese». La Santa ha fatto vigorosi cenni di assenso: «Le gerarchie del nuoto non erano difficili da prevedere – ha completato il pensiero – Eppure si sono spese parole e illusioni su tanti personaggi ormai bolliti, o comunque declinanti».
«In atletica si è visto anche di peggio – si è intromessa la Pasionaria – Ancora il giorno stesso delle gare, il più diffuso quotidiano sportivo parlava di attesa per le medaglie di Howe e Gibilisco, quando bastava un minimo di competenza per sapere che arrivavano ai Giochi in condizioni impresentabili, privi della pur minima chance di medaglia».
«E in compenso non si sono minimamente filati Schwarzer – ha ripreso il Mago – che secondo me era un oro scontato, tale era la superiorità già mostrata in passato. Incompetenza, appunto. Per quello parlavo di grande equivoco: non è vero che i grandi campioni hanno deluso e che è stata l’Olimpiade dei nomi a sorpresa; semplicemente, ci erano stati venduti come favoriti degli ex campioni, mentre nessuno ci spiegava quali atleti, in epoca recente, avessero davvero dominato nelle rispettive discipline».
«Anche qui credo poco alla casualità o all’ignoranza – ha ribadito perfido il Cinico – Probabilmente, se andavi dallo specialista di atletica o da quello di nuoto della Gazzetta ti sapevano dire benissimo, alla vigilia, quali atleti sarebbero stati protagonisti e quali no. Il problema è che, a priori, può far vendere un titolo su Magnini o Howe, personaggi famosi e molto mediatici, mentre l’attesa per Schwarzer o per la Quintavalle non ti porta mezza copia in più. Interesse economico, anche qui. D’altra parte la pubblicità guarda ai nomi, non ai valori reali. Se sei stato un grande campione e sei ancora famoso, sei un buon veicolo pubblicitario. Se sei il più forte ma nessuno ti conosce perché ancora devi primeggiare in una manifestazione visibile, non sei nessuno. Si premia la gloria trascorsa, non la bravura presente».
«Certo – si è riconfermato il Mago – La stessa cosa che avviene nel calcio. Non per nulla io citai il paradosso Kournikova per parlare del Brasile ai Mondiali tedeschi, e di Ronaldinho più di tutti. Cioè di uno che continua a passare per grande star, mentre è un bollitissimo ex calciatore che si trascina penosamente sui campi. Il bello delle Olimpiadi, però, è che gli sport olimpici sono soprattutto individuali, atletica e nuoto in testa. E nello sport individuale, impietoso, non puoi mascherare il tuo declino agonistico dietro i lustrini pubblicitari».
Se l’eccessiva attenzione della Rai per le gesta degli atleti azzurri poteva essere valutata come miope e gretto provincialismo, vi erano invece segni ben più tangibili di un rigurgito nazionalista che aveva pesato parecchio in questa edizione olimpica.
Lo si sapeva, d’altronde. La Cina ha fortemente voluto queste Olimpiadi per consacrarsi grande potenza internazionale. E la via più breve per accedere al rango, unitamente allo sviluppo impetuoso ma fragile di tanti settori economici, è stata individuata nella conquista del primato sportivo, ovvero nel raggiungimento della prima e indiscussa posizione nel medagliere olimpico. Un obiettivo dichiarato da tempo e perseguito senza alcun riguardo, mettendo in campo tutti i mezzucci e le pressioni che i padroni di casa non risparmiano mai, democrazie o dittature che siano.
Il Savio, che sulla questione si è consumato il sistema nervoso, è stato ancora una volta categorico: «Ci sono state discipline completamente falsate. Non ho visto molto le gare di ginnastica, ma quel che ho visto mi è ampiamente bastato: nessuno degli ori conquistati dalla Cina in questo sport aveva un minimo di legittimità. Senza clamori, senza verdetti assurdi, i giudici costruivano decimale dopo decimale, coefficiente dopo coefficiente, una classifica artefatta e infedele. Naturalmente sempre indirizzata a premiare gli atleti di casa».
«Nei tuffi sarebbe accaduto anche di peggio, oggettivamente – gli ha fatto eco la Santa – Ma qui non so fino a che punto si possa parlare di fattore campo, perché ormai da anni è invalso un metro valutativo, per me del tutto discutibile, che premia sistematicamente la tecnica e la morfologia dei cinesi, con la loro leggerezza capace di mascherare le sbavature di tuffi a volte mediocri, a scapito di chi compie esercizi più rischiosi e spettacolari. Certo, il fatto di essere a Pechino ha ulteriormente enfatizzato questo criterio di votazione».
«Il medagliere è stato gonfiato da una valanga di furti – ha alzato la voce il Savio, vibrando di indignazione – Alla fine la misura era talmente colma che, dopo aver sopportato per una decina di giorni, qualcuno ha cominciato a dare di matto proprio nelle gare di chiusura. Si vedano le ragazze italiane della ritmica (paradossalmente, proprio una delle specialità meno intelligibili oggettivamente) e quel paio di interruzioni imbarazzate del torneo di taekwondo, con tanto di riscrittura da parte della giuria di verdetti troppo smaccatamente disonesti a favore delle atlete di casa».
«La verità – ha proseguito il Savio, leggermente più calmo – è che nella loro ansia di staccare gli statunitensi i cinesi hanno perso il senso della misura. Da questo punto di vista, la gara simbolo di questo confronto è stata, secondo me, la doppia semifinale della staffetta veloce. Americani suicidi, secondo un costume consolidato, capaci di perdere il testimone all’ultimo cambio. Ma dall’altra parte, apertosi uno spiraglio, cinesi capaci di inventarsi un paio di squalifiche capziose (quella italiana sicuramente inesistente) pur di ascendere a quel quarto posto che li avrebbe portati in finale. Un furto palese speso per mandare in finale una staffetta che, come ovvio, non sarebbe andata poi da nessuna parte. Ma quando ci hai preso gusto, rubi tutto quel che trovi a portata di mano, senza stare a sottilizzare se sia oro, argento o semplice chincaglieria da piazzamento».
«L’episodio della staffetta è stato davvero brutto, nella sua pervicace inutilità – ha commentato il Mago – Per fortuna io, dedicandomi a certi sport e ignorandone completamente altri, di furti cinesi ne ho visti pochini. In compenso ho avuto modo di registrare reali, e in parte inquietanti, progressi degli atleti cinesi in tantissime discipline; sport nobili e meno nobili, ma fino a ieri del tutto ignoti a Pechino e dintorni. Questi progressi, per ora, non hanno portato risultati tangibili in termini di medaglie, ma ho visto tante finali raggiunte nel nuoto e nell’atletica, tanti piazzamenti (e persino una vittoria) nella scherma, un mazzetto di pugili sul podio (anche sul gradino più alto), ciclisti competitivi in pista, e via seguitando con tante mezze sorprese che non hanno prodotto clamori ma che possono preparare un’autentica valanga nel futuro prossimo. Perché voi vi fermate a scandalizzarvi dei furti di oggi, anche giustamente, ma perdete di vista quel che accadrà nelle prossime edizioni. Dove, ve lo garantisco, la Cina ribadirà la sua supremazia, anche senza l’aiuto del fattore campo».
Il Savio ha scosso la testa, con l’aria di chi non è per nulla d’accordo. Si è acceso una sigaretta per aiutarsi a pesare le parole e ha contestato le profezie del Mago.
«Non ho voglia di competere con te strologando sul futuro – si è rivolto al Mago – Può anche essere che tu abbia ragione, quando parli degli ulteriori progressi che il movimento sportivo cinese marcherà nei prossimi anni. Ma prima di parlare di una supremazia ribadita e allargata, vorrei portare la vostra attenzione sul reale punto di partenza di questo tipo di competizione, cioè sul medagliere di questa edizione olimpica. Se lo leggete bene, vi accorgerete che la Cina ha ottenuto parecchi ori in più degli Stati Uniti, ma anche molte medaglie in meno, se le conteggiamo tutte a pari valore. Peggio ancora vanno le cose se guardiamo ai piazzamenti. Questo significa che, rubando come dicevo, gli atleti cinesi hanno portato a casa la vittoria laddove erano competitivi: quasi sempre, quasi sistematicamente. Solo in rari casi si sono piazzati, e solo quando trovavano un pugile che massacrava di cazzotti il loro campione o quando il loro tuffatore spanciava nella prova decisiva. Ma i numeri indicano che al vertice, nel complesso, gli Stati Uniti sono tuttora molto più presenti e competitivi. E che, al netto dei furti, avrebbero tranquillamente prevalso in tutte le classifiche e in tutti i medaglieri. Forse, e fa specie dirlo, persino più largamente di quanto prevalsero ad Atene».
«In effetti qualche ragione ce l’hai – ha concesso il Cinico – Il mio punto di vista è piuttosto limitato, perché io ho seguito principalmente gli sport di squadra. Ma devo dire che lì i cinesi non si sono quasi visti: nessun team è mai stato seriamente in lotta per la vittoria e le medaglie sono state un paio o tre, mica di più. Il che mi fa sorgere parecchi dubbi sulla presunta crescita complessiva del movimento sportivo cinese».
«I tornei di squadra sono stati un grande fallimento per la Cina – ha rigirato il coltello con sadismo il Savio – Le squadre di casa sono crollate persino in quegli sport dove, legittimamente in base ai risultati del quadriennio, potevano davvero aspirare al titolo. Penso al calcio femminile, per esempio, o alla pallavolo femminile, dove le ragazze cinesi arrivavano addirittura con il titolo di campionesse olimpiche in carica».
Stavolta è stato il Mago a scuotere vigorosamente la capoccia. «Vi concedo che negli sport di squadra i cinesi non sono andati bene – ha ribattuto – Ma questo ci può stare, perché in questi sport è indispensabile avere alle spalle una storia, una cultura specifica, una visione tattica consolidata, un’abitudine alla competizione di vertice, una mentalità adatta a sopportare la pressione: le grandi squadre non si inventano mai dall’oggi al domani, ma servono anni o decenni per scalare le posizioni nelle varie discipline. Però per gli sport individuali resto fermo nella mia idea. Sfruttano l’enorme serbatoio umano disponibile, la facilità di addestramento tecnico che caratterizza molte discipline elementari, la fame di gloria (e la fame tout-court) della popolazione: in questo modo arrivano facilmente a costruire campioni in serie. Si veda, e valga per tutti, l’esempio del sollevamento pesi: uno sport semplice, ma in cui non si bara, dove hanno letteralmente fatto il pieno, soprattutto in campo femminile. E vedrete tra quattro anni se non ho ragione».
«Vedremo tra quattro anni – ha motteggiato il Savio, come se si riferisse a un futuro tanto lontano da non poter neppure essere preso in considerazione – Per intanto, io insisto che in questa edizione la squadra cinese valeva sì e no la metà di quel che ha raccolto. E sono anche generoso, in questa valutazione».
Poi, preso da un’improvvisa reispiscenza di politicamente corretto, il Savio si è sentito in dovere di aggiungere: «Sia ben chiaro che io ce l’ho con i cinesi in quanto padroni di casa, come sempre me la prendo con le nazioni ospitanti che rubacchiano, in qualsiasi manifestazione. Non ce l’ho certo con i cinesi in quanto tali. Anzi, visto che ci sono pago il mio tributo agli atleti di casa e glorifico l’unica vera grande medaglia d’oro, pulita e indiscutibile, che hanno vinto. A parte quelle del ping-pong, che è una disciplina tutta loro inserita nel programma giusto quando la Cina rientrò nel Cio, la vera grande impresa cinese è stata la vittoria del duo della canoa, già oro ad Atene, riconfermatosi in una gara spasmodica, tirata fino all’ultimo metro, con un’eroica resistenza al ritorno di avversari che sembravano ormai vincenti ma che non avevano fatto i conti con il guizzo orgoglioso della classe. Una gran bella vittoria cinese. L’unica, però».
Era chiaro a tutti, però, che la Cina non aveva fatto l’Olimpiade semplicemente per vincere il medagliere e consacrarsi prima potenza sportiva mondiale. Il risultato dei campi, delle piste, delle pedane e delle piscine era il corollario, seppur indispensabile, di una ben più ambiziosa ascesa al rango di grande potenza politica ed economica.
«A questo servivano i Giochi – ha ricordato il Cinico – E tale risultato doveva essere conseguito attraverso la perfezione organizzativa e la credibilità delle istituzioni. Bisognava dare l’idea di un paese in marcia verso il futuro, un paese in progresso, in crescita continua. Nel contempo, affidabile e aperto quanto basta per non spaventare partner e investitori. Ma non so dire se questo traguardo sia stato raggiunto».
«Non si può sapere – ha risposto evasivo il Mago – Quantomeno, è un po’ difficile stabilirlo da qui. Bisogna fidarsi delle cronache di chi era sul posto, peraltro non sempre credibili, come ben sappiamo. Incrociando un po’ gli articoli e i servizi televisivi con qualche annotazione degli atleti, mi pare di capire che la macchina organizzativa ha funzionato più che bene: puntualissima la realizzazione degli impianti, fra l’altro molto belli e adatti alle varie discipline; oliato e razionale il servizio dell’organizzazione, forse soprattutto per quanto competeva ai cinesi più che per quanto di pertinenza del Cio (viceversa assai criticabile); buoni i servizi messi a disposizione dei visitatori, anche se poi vi sarebbe da discutere sulle difficoltà di accesso al paese per chi non era direttamente coinvolto nella competizione; corretto e composto il pubblico, senza deliri nazionalistici né imbarazzanti manifestazioni di ignoranza dei codici di comportamento».
«Vero – ha interrotto il Savio – Persino il loro rubare a tutto spiano era messo in atto con quella composta levità tipica della cultura cinese. Nulla a che vedere con l’arroganza smargiassa dei coreani a Seul 88, davvero chiassosi e sgradevoli quando mettevano con impudenza le mani nel piatto altrui. Qui, quando venivano scoperti nei loro maneggi un po’ troppo sopra le righe, gli atleti cinesi e il pubblico stesso avevano quasi l’aria di scusarsi e restituivano il maltolto. Oddio, è capitato veramente di rado. Però sono stati contrattempi gestiti con una buona signorilità, devo ammetterlo».
«Questo è quel che possiamo dire, o intuire, riguardo al contorno strettamente olimpico – ha ripreso il Mago, riordinando a fatica le idee – Ancora più complesso è stabilire se qualcosa è cambiato, almeno per questo breve lasso di tempo, nella vita reale delle persone. In realtà pare che le Olimpiadi siano state una tragedia per molti cinesi: fabbriche chiuse, disoccupazione aumentata, nessuna garanzia, spostamenti forzati, divieto di recarsi nella capitale o di spostarsi nelle zone dove c’erano gare, case distrutte per costruire impianti e servizi (senza risarcimento, ovvio), sparizione coatta di tutti coloro che praticavano antichi mestieri di strada (e non sto parlando della prostituzione) perché giudicati troppo sudici e indecorosi per venire palesati ai visitatori provenienti dai paesi ricchi, restringimento di fatto degli spazi informativi (contrariamente a quanto auspicato), un po’ di repressione preventiva indirizzata a tener buono chi avrebbe potuto dare qualche problema, aumento dei prezzi di tutti quei generi che potevano essere appetibili anche per i signori ospiti».
«Più o meno questo è il quadro che mi sono fatto leggendo quei pochi articoli attendibili sul prima e sul durante delle Olimpiadi – ha spiegato il Mago – Per esempio, mi piace citarla, quelli di Federica Bianchi per l’Espresso; una giornalista che, non da oggi, mi dà la sensazione di saper leggere davvero la quotidianità umana per capire, e spiegare con buona penna, qualcosa di più sui sistemi politico-economici, senza fermarsi alle banalità di regime o alle denunce fondate sui luoghi comuni. Viceversa, ho trovato sgradevoli e poco ponderate certe riflessioni, apparentemente seducenti e fondate, che puntavano a mostrare il volto disumanizzante della Cina moderna attraverso piccoli episodi simbolici. Mi riferisco a quanti si sono scandalizzati per la voce prestata, nella cerimonia d’apertura, dalla bambina cantante dai denti storti alla più telegenica bambina bellina che recitava in play-back; episodio non edificante, certo, ma sarebbe ben non far finta di ignorare che è quanto avviene regolarmente anche dalle nostre parti, persino nelle feste parrocchiali o nelle sagre paesane. Così come sarà pure strappalacrime, ma per nulla significativa, la storia della ragazza acrobata caduta nelle prove della cerimonia, alla vigilia dei Giochi, rimasta paralizzata, rispedita al paesello e dimenticata da tutti; giusto provare sentimenti di umana pietà, ma, per carità!, non traiamone troppe conclusioni politiche: o vogliamo provare a far la conta di quanti furono gli operai morti nei cantieri che costruivano, col frusciante sottofondo delle tangenti, gli stadi per i Mondiali di calcio del Novanta?».
«In ogni caso – ha concluso il Mago – la mia superficiale sensazione è che, nel bene e nel male, le cose torneranno rapidamente uguali a prima in tutta la Cina. Più o meno uguali, perché chi ha perso la casa non la riavrà. Ma almeno ci si potrà spostare o tornare a vendere le proprie antiche e misere arti lungo le stradine dei quartieri poveri. Almeno per ora, non credo proprio ci saranno mutamenti significativi, non dico rivoluzionari».
«La Cina è un paese complesso – ha ricapitolato il Savio – Certe conclusioni non le possiamo certo trarre da lontano. Peraltro, ho la sensazione che sia una realtà talmente lontana e complicata che ben poco di sensato avremmo potuto dire anche se fossimo stati là per un breve periodo come quello delle Olimpiadi. Temo che in due settimane si capisca davvero poco, a differenza di quanto può capitare in altri paesi».
Stava diventando davvero tardi. I gatti, satolli, si erano messi quieti. Le donne sbadigliavano senza remore, ma anche senza alcuna intenzione di interrompere la discussione. La fresca brezza notturna ha indotto il Mago e il Savio a coprirsi un poco, prima di intraprendere l’ultimo sforzo.
«In ogni modo – ha considerato il Mago – la Cina voleva la sua vetrina e l’ha avuta. Se le è davvero servita, non sappiamo. Resta il fatto, al di là della sovraesposizione mediatica di questi ultimi mesi, che la Cina è già da anni un gigante economico, in grado di cambiare le regole mondiali per quanto riguarda la produzione e il commercio, con le sue materie prime e la sua ridondante manodopera. È anche, benché questo forse sia fin qui sfuggito a molti, un gigante politico: stiamo vedendo gli effetti della sua penetrazione in Africa, ovviamente in Asia e persino in America Latina, e sempre più li vedremo, anche se con colpevole ritardo. Forse, per quanto ne sappiamo e almeno per ora, non può ancora considerarsi un gigante militare».
«Al proposito azzarderei una tesi – ha annunciato il Savio con voce prudente – La mia sensazione è che quella guerra in Ossezia, scoppiata giustappunto il giorno dell’inaugurazione dei Giochi, sia stata una sorta di messaggio inviato con perfetto tempismo proprio all’ambiziosa Cina. È vero che il pasticcio georgiano sta portando americani e russi, come ai vecchi tempi, a mostrarsi l’uno con l’altro i muscoli minacciosi. Ma è appunto un messaggio che entrambe le antiche potenze imperiali mandano a tutto il mondo, Cina per prima. Come volessero dire: “Ok, voi fate gli affari, producete, crescete, intrecciate relazioni economiche e politiche in mezzo mondo; ma le potenze nucleari vere, quelle con migliaia di testate atomiche, siamo noi, e se facciamo mezzo passo l’una contro l’altra tutto il pianeta si caga in mano, senza eccezioni. Per cui, voi cinesi e tanti altri galletti nel pollaio dei cosiddetti paesi emergenti, vedete di non allargarvi troppo e ricordatevi di stare al vostro posto”».
L’azzardata analisi del Savio ha riportato tutti alla realtà. Una realtà che non era fatta solo di Olimpiadi, di corse, nuotate, partite, salti, stoccate, pugni e pedalate. Era fatta anche di spari: e non erano gli spari del poligono di tiro olimpico, ma quelli dei carri armati russi e georgiani. Perché, a dispetto dell’antico mito della tregua olimpica, questa strana estate ci aveva portato in dote una guerra locale che non finiva di minacciare di ampliarsi in qualcosa di ancor più inquietante.
D’altra parte, senza contare il picco rappresentato dalla crisi georgiana, era stata un’estate davvero insolita: piena di attentati, di bombe, di regimi scricchiolanti che minacciavano di implodere fragorosamente, di interminabili missioni di cosiddetta pace che continuavano a esigere il loro quotidiano tributo di sangue. Niente a che vedere con quelle tranquille estati un po’ noiose, in cui i media si animavano solo per propinarci i servizi sul caldo esagerato, sull’esodo più massiccio o più misero di sempre, sull’immancabile delitto ferragostano, sulle ultime mode imperanti nelle spiagge o nelle amene località di villeggiatura sulla cresta dell’onda.
Questa era stata un’estate in cui persino la cronaca ci era andata giù pesante. O perché i morti si contavano a centinaia, come nella sciagura madrilena della Spanair, o perché i delitti non si consumavano all’interno di conturbanti ma innocue storie domestiche, ma rimandavano semmai a un disagio sociale e a una delinquenza diffusa che avevano ben altre implicazioni, come nel doppio caso di stupro e rapina consumato tra Roma e Napoli negli ultimi giorni.
Pareva quasi che questa Olimpiade molto politica, il cui significato trascendeva ampiamente quello della competizione sportiva, avesse influenzato tutti gli accadimenti contemporanei. Quasi che, al posto di offrire una comoda occasione di pura evasione, questi Giochi tanto politici avessero voluto tenere deste le coscienze e ricordare i tanti nodi irrisolti delle nostre società.
Di tutto questo i nostri amici erano perfettamente coscienti, già prima che il Savio evocasse la vicenda georgiana riportando tutti alla realtà. Forse era difficile crederlo, vedendoli ora ciondolare dal sonno come nei giorni passati li si era visti imbesuirsi davanti a tv e computer per rincorrere le gesta di qualche campione. Ma dietro le apparenze le loro coscienze erano rimaste sveglie e attente. E avevano ben presenti tanto i drammi del mondo quanto le piccole miserie di casa nostra.
Rifugiandosi nell’incoscienza deliberata, comunque, i nostri sono riusciti a godersi questa Olimpiade. Probabilmente non sono riusciti a capire molto della Cina, anche se quel poco che hanno intuito rappresenta in ogni caso un passo avanti, rispetto alla superficiale indifferenza del passato.
Al Mago è venuta in mente una singolare coincidenza, che ha proposto all’attenzione degli amici: «L’altro giorno ho letto una notiziola, una colonna in cronaca. Nel pieno dei Giochi è morto Hua Guofeng, l’erede designato di Mao, quello che guidò il paese subito dopo la morte del Grande Timoniere, l’ultimo comunista “totale” secondo la nostra visione della politica cinese. Perché dopo Hua, rimosso nel giro di pochi anni, vennero Deng Xiaopin e i suoi delfini, con il loro stato politicamente totalitario ma economicamente aperto al libero mercato: quell’orrenda combinazione di repressione e sfruttamento su cui si è edificato il vero grande balzo cinese. E forse questa coincidenza simbolica ci insegna qualcosa: l’ultimo leader maoista che muore proprio durante le Olimpiadi, nel bel mezzo di quella vetrina che la Cina ha voluto allestire per mostrare al mondo i suoi progressi e le nuove mercanzie».
«Suggestivo – ha biascicato il Cinico, stremato – Ma credo che il passaggio tra un sistema e l’altro sia avvenuto ormai da tempo e che la morte di Hua non significhi molto: chi ne ha mai sentito parlare negli ultimi venticinque anni? E penso che il modello cinese sia ormai consolidato e che, ti piaccia o no, sia destinato anche a fare scuola in parecchi paesi in fase di sviluppo».
«Non ne sarei tanto sicuro – ha mugugnato il Savio – Più che altro perché credo che sia ancora un modello in divenire, in fase di assestamento. Un qualcosa che neppure i dirigenti cinesi sanno bene a che cosa condurrà».
«Dubbi legittimi – ha proclamato il Mago con l’ultimo fiato – La nuova Cina può essere il modello vincente, incarnato dalla gloria della futura prima potenza globale, così come può invece diventare un farraginoso e arruffato tentativo di governo di una società in evoluzione troppo rapida e in perenne instabilità, esposto al rischio dell’esplosione di contraddizioni insanabili all’interno della società stessa e del suo partito guida. Per ora, non è dato saperlo. Ma non è dubbio da poco».
La Cina è ancora in marcia verso il suo nebuloso futuro. Il tragitto sarà lungo, a quanto pare, e non è affatto certo che proceda seguendo itinerari ben tracciati e sicuri della destinazione.
I nostri amici, invece, sono arrivati. La loro Olimpiade è giunta al termine, come era inevitabile. Hanno faticato, corso, camminato, ammirato il panorama, divagato allungando il percorso. Ma ora sono giunti alla meta.
Nel pieno della notte di domenica, ormai le ore piccole del lunedì, si sono salutati con il calore di chi aveva condiviso una grande avventura, seppure procedendo per sentieri diversi e ritrovandosi davvero solo alla fine.
L’indomani si sarebbero presi tutta la mattina per il giusto sonno e per il riposo del lento risveglio. Avrebbero calibrato con calma il ritorno alla quotidianità, sapendo per giunta che non vi sarebbe stato nulla di allegro nella ripresa di consuetudini che, in ogni caso, avrebbero dovuto cambiare ben presto.
Si trattava di barare e procrastinare ancora un pochino. Ma senza grandi illusioni, con la consapevolezza che la lunga marcia era davvero finita.
