Eccomi

Utente: abbaxiano
Nome: Cristiano Abbadessa
io sono il Mago, il Savio, il Cinico: i tre personaggi che si raccontano nel tempo attraverso i diari di Abba e che sono tre sfaccettature della mia personalità. Ho iniziato questa avventura narrativa con il “Diario Mondiale” dedicato ai campionati di calcio 2006, e ho proseguito con il “Diario d’autunno”, i “Racconti cubani”, il diario “A muso duro” e il "Diario elettorale". Potete leggerne qualche stralcio o scaricarli per intero sul mio sito: http://xoomer.alice.it/huapi

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lunedì, 25 agosto 2008
GLI ULTIMI IMPERATORI

Lunedì 25 agosto, tarda mattinata

Infine è venuto il tempo della chiusura dei Giochi, e con esso quello del riposo. Un momento di sospensione, tra la fine di una vacanza e una ripresa annunciata ma non ancora avviata. Un tempo che è segnato dal tentativo di rinviare il più a lungo possibile il ritorno definitivo alla quotidianità.

La fiaccola olimpica si era spenta nel primo pomeriggio, a mezza via di una cerimonia di chiusura tanto arruffata e approssimativa da risultare indigesta persino alle compagne dei nostri amici, per solito piuttosto incuriosite da questo genere di cose.
La sera tornavano in campo le grandi di Italia e di Spagna, a contendersi i primi trofeuzzi calcistici della stagione. Era, nella sua suggestiva inconsistenza, un’occasione perfetta per tornare a radunare la compagnia intorno al collaudato focolare televisivo; peraltro senza concedere a questo, e alle immagini, il pieno centro della scena. Infatti, il Mago ha fatto puntualmente scattare l’invito con un buon paio di giorni di anticipo.
Avevano voglia di parlarsi, i nostri amici. Alla fine, forse più di quanto loro stessi pensavano, le Olimpiadi erano state vissute da ciascuno di loro come un fatto privato, nascosto alla abituale compagnia e da condividere al più con la propria moglie. Soprattutto all’inizio, perché con l’andare dei giorni i Giochi erano diventati davvero un fatto strettamente personale e individuale. La Santa si era quasi chiamata fuori del tutto una volta concluso il programma del nuoto, alla fine della prima settimana, spuntando solo in qualche altra circostanza acquatica, per vedersi le rare registrazioni dei tuffi o gli scampoli di pallanuoto. La Pasionaria, amante dell’atletica e perciò motivata a dare il meglio di sé nella seconda settimana, aveva in realtà pagato la voglia dei primi giorni e, progressivamente, aveva dovuto arrendersi al cedimento fisico; nulla di grave, ma il risveglio tornava man mano ad avvicinarsi a quello tardo dei giorni normali, e l’attenzione era tanto calata che persino il Mago aveva dovuto lamentare la scarsa collaborazione della sua partner nel tener sott’occhio quel che accadeva in tv mentre lui, magari, si era trasferito in studio per rovistare nelle offerte in streaming. L’Ingenua, al solito, partecipava solo alle vicende italiche, scompaginando talvolta i piani più sobri del Cinico a causa dell’urgenza dettata da una semifinale azzurra di taekwondo o da un’ultima regata con profumo di medaglia; in compenso, almeno a giudizio del marito, concedeva troppo spazio alle esigenze familiari, a scapito di quella tranquillità che avrebbe dovuto caratterizzare il periodo ferragostano.
Non si deve però negare che i nostri protagonisti avevano decisamente esagerato con la sbornia olimpica. Tutti, perché alla fine anche il Cinico, preso alla gola dalle palpitanti fasi finali dei grandi tornei a squadre, aveva finito per trascorrere le sue giornate davanti al video della tivù o quello del computer. Ora ne portavano inequivocabili segni: occhiaie cerchiate dal poco sonno, movimenti lenti e impacciati di chi ha perso il controllo di sé, parlantina impastata e discorsi non sempre congrui come faticassero a connettere verbo e pensiero. Era il risultato prevedibile di gare seguite per ore e ore ogni giorno, con l’aggravante, almeno per il Savio, della stressante concitazione del dover sempre essere aggiornato su ogni evento in corso, sui risultati, sulle programmazioni televisive, sui calendari.
Ma per quanto le competizioni olimpiche uscissero letteralmente dai loro occhi, i nostri faticavano ancora a sganciarsi dalla solennità della celebrazione. Se ne erano resi conto nel pomeriggio, quando il Mago con qualche svagatezza e il Cinico con più decisione si erano messi a dare un’occhiata al calcio inglese. Con tutta la volontà del mondo, non riuscivano minimamente a concentrarsi su quelle partite: troppo lente, poco coinvolgenti, emotivamente insignificanti, rispetto alle scariche adrenaliniche che si erano abituati a gestire.
Così è stato anche la sera di domenica. Si sono trovati poco dopo le sette, attorno a una tavola onusta di cibo leggero, di verdure alla piastra, di rare prelibatezze in dosi omeopatiche. Una delle loro finte cene domenicali, apparecchiate per favorire la chiacchiera più che la consumazione. Infatti hanno cominciato subito a parlare, e ovviamente a parlare di Olimpiadi. Continuando per tutta la serata, anche quando si sono seduti sui divani a vedersi le supercoppe di Italia e di Spagna. Non perché le partite non offrissero spunti di interesse, dato che anzi, con la loro buona vitalità, hanno costretto a interrompere talora i discorsi, e non sempre per brevi pause. Ma tante erano le cose da dire che, non appena i calciatori sugli schermi si placavano, ricordi e considerazioni riportavano i nostri negli impianti di Pechino.

Si è partiti dal tirar delle somme, come sempre si fa alla fine di una grande manifestazione, rievocando protagonisti e momenti topici. E, inevitabilmente, si è partiti dalla più ovvia delle questioni: chi erano stati il re e la regina di questa edizione dei Giochi?
«Niente classifiche, per favore – ha chiarito subito il Mago – Rendiamo onore ai migliori, ma sottraiamoci al giochino becero di voler indicare un nome su tutti gli altri. Faremmo torto a troppi che si meritano la loro non piccola fetta di gloria».
«In teoria hai ragione – si è fatto avanti il Savio coi suoi dubbi – Però tra gli uomini io non riesco a porre nessuno all’altezza di Phelps. Il suo primato assoluto di medaglie in un’edizione basta già da solo a marcare il senso dell’impresa storica. Ma a questo va aggiunto che si tratta di un filotto realizzato vincendo tutte le gare, senza l’onta di una sconfitta. E, cosa forse ancor più importante, dobbiamo considerare che non stiamo parlando di una meteora scintillante, ma di un’atleta che aveva già vinto un bel gruzzolo di ori ad Atene, con il contorno di qualche piazzamento: quindi c’è anche il valore della conferma, della longevità ad altissimo livello. Credo sia l’indiscusso numero uno».
«Non sarei così perentorio – ha insistito il Mago – Phelps è sovrano per la quantità, come dici tu: per quantità numerica, cioè gli ori di oggi, e per estensione temporale, cioè per la durata del suo regno. Tuttavia Bolt non gli è inferiore, perché le sue vittorie hanno, più di quelle di Phelps, il crisma della sensazionalità. Lui non ha vinto: ha dominato. La facilità di corsa, la doppietta nelle gare di velocità, i tre sensazionali record mondiali (compreso quello con la staffetta) ne fanno, per peso specifico, un campione che non può essere posposto a nessuno. Perché questi successi sono stati più netti, più entusiasmanti e più qualitativi di quelli di chiunque altro».
«Anche Phelps, oltre a vincere, avrebbe segnato un bel po’ di record mondiali» ha provato a obiettare il Savio, senza crederci. Il Mago gli ha rivolto un sorriso sfottente: «Sei tu il primo a sapere che i record di Phelps non contano nulla, come tutti i record natatori realizzati grazie ai nuovi costumi. Ogni vincitore, in piscina, ha fatto segnare il record del mondo. Per tacere dei primati che crollavano miseramente già dalle batterie. No, per Phelps questo è un punto che non può essere considerato, mentre Bolt ha battuto primati veri (pochissimi lo hanno fatto, nell’atletica), con la perla della limatura della stratosferica impresa di Michael Johnson che sembrava una frontiera inavvicinabile ancora per anni».
«Sarei d’accordo nel non stabilire un vincitore tra i due – si è fatto sentire il Cinico – Anche perché, almeno per me, sul record di ori di Phelps rimane il dubbio di quel fotofinish mai mostrato, con quella presunta vittoria su Cavic che a occhio nudo sapeva tanto di sconfitta. In ogni caso, ragazzi miei, siamo davvero banali! Con tutto il nostro consumare gare ci ritroviamo a girare intorno ai due nomi che ti farebbe qualunque orecchiante vagamente interessato ai Giochi. Phelps o Bolt, Bolt o Phelps: come nei sondaggi gazzettari, che sono il massimo dell’ovvio».
«Beh, se si parla di protagonisti assoluti, da quei due non si scappa – si è difeso il Mago – Poi, certo, io sono anche in grado di buttarti lì, in ordine sparso e come mi vengono in mente, i nomi di un po’ di campioni che hanno siglato a loro volta imprese enormi. Ti dico Cancellara, per esempio, capace di dominare la cronometro e di piazzarsi terzo nella prova in linea: una versatilità da campionissimo. O, ancora, nel ciclismo, quel Llaneras di cui vi ho già parlato, anche lui oro nell’individuale a punti e argento in quella a coppie (la vecchia americana, o madison come la chiamano ora); con la ciliegina, nell’individuale, di tre podi consecutivi (oro-argento-oro) da Sydney a Pechino passando per Atene. E poi il ritorno di Angelo Taylor, nettissimo vincitore dei 400 ostacoli otto anni dopo la vittoria di Atene; un’altra testimonianza di classe longeva, dopo il rutilante ma breve interregno, nella specialità, del dominicano Felix Sanchez. Da ultimo, non trascurerei il francese Absalon, di nuovo oro nella mountain bike come quattro anni fa, con in mezzo una teoria interminabile di titoli mondiali: un autentico dominatore, nella sua disciplina, di quelli che segnano un’epoca e vanno nella storia».

«Un po’ come la mia carissima Isinbaeva – si è inserito il Cinico cambiando genere – Conferma olimpica con record mondiale, e in mezzo un’infinita serie di vittorie e di primati. Per me è lei la regina dei Giochi, se guardiamo alle donne».
«Il Mago, fin dai primi giorni, aveva avanzato la candidatura al trono per la Vezzali. E io, da storico, sarei d’accordo: il terzo oro olimpico consecutivo è impresa superiore a qualunque altra» ha detto il Savio, rischiando di attizzare una polemica.
Per fortuna il Mago, tirato in causa, è stato sufficientemente conciliante: «Anche qui eviterei di scegliere. Siamo ai valori assoluti, ma con caratteristiche diverse: per la Isinbaeva la supremazia nettissima sulle avversarie e il continuo miglioramento, per la Vezzali la riconferma di una superiorità più risicata (contro avversarie validissime) ma duratura nel tempo, da almeno dieci anni a questa parte. Due grandissime regine, cui affiancherei però un’altra campionessa di cui si è parlato meno: quella Tirunesh Dibaba capace di una sontuosa doppietta cinquemila-diecimila, che è sempre risultato di valore assoluto».
«Se è per questo – ha obiettato il Savio – anche il suo connazionale etiope Bekele ha firmato la stessa doppietta, in campo maschile». «Le vittorie non si contano semplicemente, ma si pesano anche – ha replicato solennemente il Mago – Bekele ha avversari scarsi, Dibaba aveva una competitrice, per giunta acerrima rivale dello stesso paese. E poi Bekele non mi entusiasma per stile di corsa, Dibaba sì. Niente di paragonabile sul piano emotivo, se usciamo dalla cruda lettura dei risultati. E in ogni caso, Phelps e Bolt hanno fatto cose tali da non poterli certo paragonare al fondista etiope, con tutta la buona volontà».
«Va bene – ha tagliato corto il Cinico – Le regine sono queste. Ma in campo femminile non c’è altro? Caro Mago, con gli uomini ti sei dilungato parecchio. Non mi sarai mica diventato misogino?».
Il Mago ha ridacchiato respingendo la provocazione. «Tra le donne ci sono altri grandi personaggi. Ma qui, più che dei trionfatori plurimi come in campo maschile, sono rimasto colpito da delle semivincenti, o delle mezze perdenti se preferite, che però hanno colpito nel segno. Su tutte l’americana Nastia Liukin, quella ragazza ginnasta che, nel suo sport, mi è parsa l’unica degna di fregiarsi dei due sostantivi che ho accostato, in mezzo a tante bambine anoressiche prive di grazia». «Ho seguito poco la ginnastica – ha fatto sapere il Savio – ma per quel che ho visto ti devo dare ragione. Senza i furti delle giurie la Liukin, oltre all’oro assoluto individuale, avrebbe vinto anche la gara a squadre e almeno un titolo agli attrezzi; avrebbe finito con tre ori e un altro paio di podi, come minimo: in linea con le grandissime ginnaste del passato tipo Latynina, Caslavska, Korbut o Comaneci, cioè gente che ha fatto la storia. Perché una volta ogni Olimpiade aveva tra le sue regine una grande ginnasta. Cosa che non avviene più da quando sulle pedane ci vanno questi scriccioli iperspecializzati, costruiti morfologicamente per un solo attrezzo».
«Poi – ha ripreso il Mago – non posso fare a meno di ricordare Alessandra Sensini, al quarto podio olimpico consecutivo: anche qui siamo nella leggenda». «Soprattutto perché la sua medaglia era un oro, senza il solito furto cinese – ha insistito il Savio – Nell’ultima regata la Sensini doveva vincere e mettere due avversarie tra sé e la cinese capoclassifica: cosa che le era perfettamente riuscita, fino a quando, all’ultima boa, i giudici non hanno inflitto una penalità alla spagnola, che lottava con l’inglese per il bronzo, facendola scivolare dietro la cinese che, col suo nuovo piazzamento, ha conservato la testa della classifica per un punto. Grande impresa della Sensini, ma oro rubato, a essere onesti».
Il Mago ha glissato. «Fammi infine citare Josefa Idem – ha detto asciutto – Settima Olimpiade, ennesima medaglia, una vittoria sfumata per un nonnulla. E mi è spiaciuto parecchio. Perché lei avrebbe davvero meritato l’oro: non solo per le sue qualità agonistiche e per la sua classe di canoista, ma anche per lo spessore umano che intuisco essere davvero notevole, per quel che conosco del personaggio. Su quell’arrivo illeggibile e beffardo, confesso, ci sono rimato davvero male».

«Accetto queste citazioni. Ma mi sembra che stiamo un po’ scivolando in un’ottica provinciale e italocentrica» ha messo un paletto il Cinico. «Ma no! – ha protestato il Mago – Qui stiamo raccontando le nostre emozioni, non soltanto facendo lo scandaglio delle prestazioni. E ci può stare che, emotivamente, il coinvolgimento sia maggiore se c’è in ballo qualche grande atleta italiana»;
«In ogni caso – ha sottolineato il Savio – dovremo dare anche il giusto spazio alle vicende di casa nostra. E, magari, tentare anche un piccolo bilancio per vedere chi ha entusiasmato e chi ha deluso».
«Preferirei di no – si è sottratto il Mago – I nomi davvero importanti li ho già fatti, e quel che dovevo dire l’ho detto. Poi, certo, tutti i vincitori e i medagliati ci hanno regalato qualche emozione; ma stare a fare un’elencazione non ha molto senso. Se proprio devo, posso al massimo dire che hanno un peso notevole le vittorie di Schwarzer e Cammarelle: perché sono vittorie alla Bolt, da dominatori assoluti, ottenute non con la prodezza agonistica che ti fa ribaltare il pronostico ma con la classe disinvolta di chi è superiore; uno ha seminato tutti per la strada quando ha deciso di andarsene, l’altro ha rimbambito a suon di mazzate tutti gli avversari, sottraendosi anche al rischioso verdetto delle giurie. E poi uno è giovane e più durare a lungo, mentre l’altro si è confermato a suon di fuori combattimento, che è impresa rarissima nella boxe dilettantistica moderna».
«Detto questo – ha ripreso il Mago – preferisco non star lì a distribuire pagelline a tutti gli altri. Mi appello ai risultati, in questo caso, e li ritengo sufficientemente significativi. A patto di saperli leggere, ovviamente: perché una semifinale olimpica con primato personale può valere assai più di un piazzamento ottenuto con una prestazione incolore. Ma queste sono cose che chi è appassionato di sport sa già da solo».
Il Savio non era molto convinto dalle sbrigative conclusioni del Mago. «Possiamo almeno azzardare un’analisi per settori, se non per singoli atleti» ha buttato lì cercando di rinfocolare il dibattito. Sfortunatamente, era uno dei momenti in cui le squadre impegnate sui silenti teleschermi stavano offrendo il meglio; così l’analisi è proceduta un po’ a spizzichi, senza un filo logico e senza passione. Alla fine, i nostri hanno stabilito che il nuoto era andato maluccio, salvo quel paio di ben note lodevolissime eccezioni, che la scherma aveva portato medaglie ma anche qualche delusione, che in atletica eravamo quasi inesistenti ma che nel nostro piccolo avevamo fatto quel che potevamo, che il tiro non aveva tradito e che il pugilato presentava il bilancio più sontuoso, visto che erano arrivati a Pechino cinque pugili e che si tornava a casa con un oro, un argento e un bronzo. Per il resto, ragionare per discipline era un po’ arduo, visto che magari un lottatore o una judoka potevano pure arrivare all’oro ma risultavano dei fiori nel deserto. Da appassionato di ciclismo, il Mago ha elogiato la strada e si è proclamato sbigottito dall’inconsistenza totale del settore della pista.
Dare giudizi da lontano non era semplice, ma i nostri hanno azzardato che forse qualche federazione non avesse fatto le cose per il meglio. Nella preparazione della squadra di nuoto c’erano stati sicuramente degli errori, così come non impeccabili erano le gestioni in certe specialità dell’atletica o del ciclismo.
C’erano colpe, ma c’era anche qualche rimpianto. Ed era normale: quando le medaglie d’argento superano quelle d’oro e i quarti posti sono più dei bronzi, è naturale che il rammarico sia un sentimento presente. Per esempio per quelle medaglie che potevano essere d’oro e non lo erano state; e le migliori occasioni perdute erano, secondo i nostri, quelle del fioretto femminile (con una semifinale discussa lasciata di un punto alle russe, che poi avevano stravinto la finale doppiando le avversarie), della Idem coi suoi quattro millesimi e della squadra maschile di tiro con l’arco, perdutasi all’ultima freccia dopo una rimonta esaltante che pareva aver consumato le energie nervose degli invincibili coreani.

Poi, ovviamente, c’era la debacle degli sport di squadra. Tema che stava particolarmente a cuore al Cinico, che si è incaricato di portare vigorosamente l’attenzione sull’argomento.
«Onestamente è stato un disastro – ha riassunto il Savio senza minimizzare – Magari ad Atene ci era anche andata troppo di lusso (penso al basket, finalista miracoloso in un’era priva di altri risultati accettabili), però qui siamo rimasti parecchio al di sotto delle aspettative».
«E anche se ti secca – ha malignato il Cinico – Devi dare ragione al Mago: le squadre femminili da podio, se non da vittoria assoluta, sono state le prime a squagliarsi. Le donne della pallavolo e della pallanuoto ci hanno fatto davvero una figura barbina, confermando di mancare sempre o quasi nei momenti decisivi e di arrendersi alla prima difficoltà».
Incassato il riconoscimento del Cinico, il Mago ha preso una strada diversa. «Alla fine la squadra che meglio ha fatto è stata quella della pallavolo maschile; cioè quella che, alla vigilia, era circondata dalle minori aspettative. Mi fa piacere, e sono contento soprattutto per Andrea Anastasi, che è un grande tecnico che noi italiani non abbiamo saputo apprezzare. Credo che lo ricordino in pochi, tra i non appassionati di volley, ma Anastasi fu quello che prese in mano la squadra dopo Velasco. Il supermediatico tecnico argentino aveva fatto rinascere la pallavolo italiana, vinto due mondiali consecutivi, qualche europeo (non tutti, però), un mazzetto di irrilevanti world league (il torneo fatto per fare soldi) e nessuna Olimpiade. Dopo la sconfitta di Atlanta se ne era andato, appagato e deluso. Anastasi, il successore, aveva prontamente vinto il terzo mondiale consecutivo: un’impresa enorme, che i commentatori superficiali attribuirono esclusivamente all’onda lunga di Velasco, quasi a dire che chiunque, con quell’eredità, avrebbe ottenuto lo stesso traguardo. Così, al primo scivolone, cacciammo Anastasi e passammo per mille altre mani, vincendo nulla a dispetto di un buon materiale. Anastasi se n’è andato in giro per il mondo: da ultimo in Spagna, dove ha portato quella squadra, fin lì assolutamente inesistente e probabilmente non fra le prime dieci d’Europa, alla vittoria nel campionato continentale di un anno fa, dove l’Italia finì nelle retrovie. A quel punto qualcuno ebbe la buona idea di provare ad affidarsi ad Anastasi per un’impresa disperata; perché per arrivare a Pechino, grazie al pessimo ranking che avevamo maturato nel frattempo, l’Italia del volley ha dovuto vincere tre tornei di qualificazione di fila senza perdere mai neppure una partita. L’impresa era già quella di esserci. Essere riusciti a fare tutto il possibile è stato un premio ulteriore. Oggi Brasile e Russia ci sono di certo superiori, mentre gli States hanno pescato dal nulla una stagione fantastica in cui hanno vinto tutto, e tutto a sorpresa. Ma credo che la parabola di questo allenatore bravo e vincente, ripescato nel momento della disperazione, debba insegnare parecchio a quelle federazioni che accettano di affidarsi a dei concilianti carneadi il cui unico merito è quello di essere graditi alle primedonne che vanno in campo. Con i risultati che si vedono».

«A proposito – ha annotato il Savio – Il Mago ha indicato un bel po’ di nomi, fra re, regine, campioni, campionesse, grandi personaggi e stelle offuscate. Possibile che nel pantheon di questa Olimpiade non riusciamo a trovare spazio per nessuna squadra?».
«Per crudo impatto statistico e mediatico l’impresa più rimarchevole è quella del duo americano del beach-volley femminile, che ha bissato l’oro di Atene, per giunta battendo in finale una coppia cinese. Ma non so se si possa considerare una “squadra”, e comunque di questo sport mi importa nulla – ha premesso il Mago – Quanto agli sport di squadra veri, direi che la nazionale femminile brasiliana di volley è quella che ha fatto meglio: pronostico rispettato in capo a un quadriennio di superiorità teorica riconosciuta da tutti ma senza nessuna vittoria di prestigio; con l’aggiunta di qualità e di un dominio netto sulla concorrenza. Poi ci sono le squadre Usa del basket: nettissima la supremazia delle ragazze, che sono il vero dream team; più estetica che reale quella dei maschi. Avrei voluto vedere la Spagna giocarsi la finale all’europea, anziché accettare il confronto aperto a cento all’ora con tiri, numeri spettacolari, difesa sui generis. Se giochi così, gli americani vanno a nozze. Ovvio che poi esci tra gli applausi e che i superficiali parlino di partita stellare e basket spettacolo. Ma, inevitabilmente, parti già sconfitto».
«Per il resto – ha continuato il Mago – non ho visto squadre nettamente superiori alla concorrenza. Le vittorie sono venute con fatica, anche se con merito; incluse quelle della strombazzatissima Argentina nel calcio (mai superiore alla Nigeria e fortemente in crisi contro l’Olanda; deve la sua gloria alla straripante semifinale contro il bluff brasiliano) e quella storica dell’Ungheria nella pallanuoto (terza Olimpiade consecutiva). Piuttosto sono rimasto colpito dall’eccellente rendimento complessivo dei team Usa, finalisti quasi ovunque: dal tormentone delle sfide col Brasile (doppia identica finale nella pallavolo, più quella del calcio femminile) alla vittoria di coppia nel basket, passando per le due finali perse nella pallanuoto e per il secondo posto nel softball. Alla fine gli americani risultano del tutto assenti solo nell’hockey prato e nella pallamano, che non sono proprio tornei di alto lignaggio. I team Usa hanno fatto progressi incredibili anche in sport non proprio tipicamente americani, a cominciare dalla pallavolo che non ha neppure un campionato nazionale. È un fatto curioso, se si considera che stiamo parlando di una società fortemente individualista, i cui atleti vengono giudicati culturalmente inadeguati a gestire prove “di squadra” come le staffette. Eppure nei veri sport di squadra gli Stati Uniti sono stati largamente i vincitori: nessuno può competere con i loro risultati in questo campo».
«Senza attingere a questi vertici, io sono invece rimasto colpito da un paio di squadre targate Olanda – ha detto il Savio – Due vittorie che, fra l’altro, hanno anche avuto un bel significato simbolico, in questa Olimpiade connotata da una contesa per la supremazia planetaria. Dico lo splendido successo delle pallanotiste olandesi, una sorpresa totale contro le favoritissime americane, e quello delle hockeyste, che invece erano attese al trionfo ma hanno saputo coglierlo sbarazzandosi dell’insidiosa Cina nella finale. Un trattamento paritario nei confronti delle due superpotenze, in due finali dall’intenso pathos, fra l’altro».
«Io gli sport di squadra li ho seguiti parecchio – si è fatto vivo il Cinico – E devo dire che i vostri giudizi sono esatti ma limitativi. Perché magari è vero che non ci sono state delle supersquadre dominanti e stellari, ma è vero anche che lo spettacolo è stato sempre di altissimo livello. E non solo nelle finali, di cui finora avete parlato. La battaglia fra Grecia e Argentina nei quarti o la semifinale tra Spagna e Lituania sono stati confronti splendidi, nel torneo di basket. E battaglie aspre e avvincenti si sono susseguite nei tornei di pallavolo, con il culmine delle due sfide tra americani e russi, nel maschile e nel femminile. Né sono mancati spettacolo ed emozioni nei tornei degli sport di minori. Io ho seguito quasi soltanto gli sport di squadra, ma mi ci sono parecchio divertito. Molto più di quanto immaginassi».

Il Mago ha imposto uno stop. Si è alzato dal divano, ha preso nuove bottiglie, si è preparato una pipata e ha fatto il punto: «Al tempo. Abbiamo iniziato parlando di personaggi protagonisti. Poi ci siamo concentrati sulla spedizione italiana e da lì siamo scivolati a parlar di squadre. Ma tu, Cinico, stai saltando la quaglia verso un altro argomento. Perché quelli che hai incominciato a evocare sono i grandi momenti olimpici, che è cosa del tutto diversa dalla valutazione degli attori. Ed è tema importante, che non può essere liquidato di sfuggita rimembrando qualche scontro epico nei tornei, ma che va invece affrontato dando spazio ai ricordi più pregnanti e scegliendo con cura fior da fiore».
Il Cinico ha alzato le spalle. «I momenti topici, per me, sono quelli che ho già detto. E il massimo del pathos e della qualità ritengo si sia raggiunto nella finale di pallanuoto femminile che il Savio citava prima, vinta dalle olandesi dopo un andamento altalenante e risolta da un gol a venti secondi dalla fine seguita da un palo nella replica americana: è stato il momento agonistico ed emotivo più alto dei Giochi, a mio parere».
«Ho visto e goduto quella finale – ha puntualizzato il Savio – Ma credo che di momenti altissimi ce ne siano stati parecchi altri. Talmente tanti che citarli tutti è impossibile, fra finali esaltanti, lotte per le medaglie, emozioni tutte patriottiche, imprese di valore universale. Allora, giusto per distinguermi, sceglierò una partita di calcio di cui credo nessuno si sia accorto: il quarto di finale del torneo femminile fra Cina e Giappone. Le cinesi ci erano arrivate in scioltezza, dopo un facile girone dominato e con le stimmate delle possibili trionfatrici finali, perché il calcio femminile ha da quelle parti un’eccellente tradizione. Il Giappone è una squadra mediocre, sempre presente alle grandi rassegne ma mai protagonista. E in queste Olimpiadi era praticamente fuori dopo le prime due partite, con uno stento pareggio contro la debole Nuova Zelanda e una secca sconfitta con le americane. Al terzo incontro si era ritrovato davanti le norvegesi, già qualificate, e aveva inopinatamente stravinto dilagando nel secondo tempo. Un 5-1 molto sospetto, che consentiva alle giapponesi di qualificarsi fra le terze ripescate, ma che sembrava solo una brutta pagina di pastetta e che non modificava in nulla il pronostico per il quarto di finale. E invece lì, forse per antica rivalità non solo sportiva, le giapponesi si sono inventate la partita della vita e hanno inchiodato le padrone di casa con un 2-0 umiliante. Un exploit isolato, perché poi il Giappone è tornato la squadretta di sempre e in semifinale si è beccato quattro zucchini dalle americane. Ma proprio per questo, e a fronte dell’enorme fiduciosa attesa che circondava le calciatrici di casa, è stata un’impresa degna di menzione».
«Se il gioco è questo – è intervenuto il Mago con un filo di ironia – sono capace anch’io di pescare un episodio sfuggito ai più. Ma vado a pescarlo nel ciclismo e in un contesto individuale, o quasi; perché l’essenza dell’Olimpiade, e in questo non la penso certo come il Cinico, non sono certo i tornei per squadre. Io mi sono sinceramente emozionato con il trionfo della coppia argentina nella madison, la gara a punti già nota come americana. Uno dei due vincitori era tale Curuchet, che da noi non conosce quasi nessuno, ma che coi suoi 43 anni era alla settima Olimpiade, come la Idem per intenderci. Però, a differenza della canoista italo-tedesca, non aveva mai vinto una medaglia in vita sua. E invece stavolta, a sorpresa e con un misto di astuzia e casualità, ha centrato il colpo grosso, a un paio di mesi dall’addio già annunciato alle gare. E mi ha fatto piacere, mentre questo vecchio pistard faceva il suo giro d’onore impietrito da una gioia attonita, veder balzare come impazzito a bordo pista il suo commissario tecnico, quell’italianissimo Giovanni Lombardi che nella stessa gara, ma individuale, aveva trionfato a Barcellona 92 battendo fra gli altri il suo coetaneo ora allievo. Un capolavoro per tre (ricordando che con Curuchet correva un altro ragazzetto di 33 anni), che la dice anche lunga, ancora una volta, sull’oculatezza delle nostre federazioni. Perché forse un tecnico come Lombardi avrebbe fatto anche comodo, qui da noi, alla luce del disastro della spedizione italiana».
«Spigolature – ha commentato il Savio – Ma è vero che parlando di grandi emozioni risulta difficile fare una graduatoria. Anche perché sarebbe davvero troppo banale rifarsi a quegli eventi già celebrati che tutti conoscono. E poi perché l’Olimpiade è bella proprio perché permette di riscoprire ogni volta la spettacolarità di alcuni sport minori, anche rimodellati e adeguati con intelligenza in modo da essere più intelligibili ed emozionanti. Il tiro, la scherma, gli slalom in canoa, persino l’equitazione, sono tutti sport che hanno saputo darsi format che garantiscono finali palpitanti, in grado di inchiodarti alla poltrona anche se sei un neofita, se non conosci i protagonisti, se non hai italiani per cui tifare. Sarò un maniaco, ma queste discipline hanno saputo dare, per conto mio, degli spettacoli fantastici».
Già da un po’ le donne prestavano attenzione alle memorie olimpiche dei loro mariti. Meno inclini a fissare nomi, non erano fin lì intervenute. Ma, sentendo parlare di episodi e di emozioni, la Santa si è fatta forza e strada: «Io non dimenticherei l’australiano che ha vinto l’ultima gara di tuffi, dalla piattaforma. Un trionfo speciale, perché era l’unico oro scampato alle grinfie dei cinesi, aiutati dalle giurie come ricorda sempre mio marito. E poi perché lo ha vinto con un sorpasso all’ultimo tuffo, sovvertendo pronostici e classifica e ammutolendo il pubblico. Mentre, al contrario, atleti e allenatori di tutte le nazionalità circondavano sinceramente festanti il vincitore: c’era una straordinaria partecipazione emotiva in quei complimenti non di prammatica, un po’ come se il resto del pianeta volesse godersi una troppo attesa rivincita sugli ingordi padroni di casa».
«Bellissimo – ha annuito il Savio – Purtroppo io, nonostante questa piccola perla, fatico a considerare i tuffi uno sport credibile».

«Va bene – ha commentato il Cinico – Ci siamo, soprattutto vi siete, divertiti a mostrare onniscienza e grande competenza in tutti gli sport, andando a pescare momenti esaltanti e misconosciuti nel calderone degli sport minori. Ma i grandi sport olimpici individuali per eccellenza? Sbaglio o, per vostra stessa indiretta ammissione, le da voi amatissime discipline regine come nuoto e atletica sono rimaste, come livello medio, ben al di sotto del livello di fascinazione toccato dai tornei di squadra?».
«Il nuoto ha offerto grandi battaglie, invece – è stata la Santa a protestare – A parte i campionissimi che ha proposto sulla scena, ti citerò soltanto quella fantastica finale di staffetta in cui cinque squadre sono scese sotto il precedente record mondiale, contendendosi vittoria e medaglie in un arrivo incerto e tirato. Basterebbe quella gara, ma in realtà c’è stato molto altro, per smentirti: il nuoto non ha affatto deluso».
«Per quanto riguarda il livello agonistico e l’incertezza di molte gare il nuoto davvero è stato molto valido – ha premesso cauto il Savio, come sempre fa quando si prepara a contraddire la moglie – Però sono d’accordo con il Mago quando diceva che per il nuoto non possiamo avere una valutazione tecnica basata sul confronto coi record mondiali abbattuti. Per via dei costumi, questa era una specie di competizione da anno zero, come se si trattasse di un nuovo sport. O, per meglio dire, come quando cambiarono peso e bilanciamento del giavellotto perché gli atleti erano arrivati a lanciarlo in mezzo al pubblico. È come se fossimo davanti a una disciplina del tutto nuova. Il che, dal mio punto di vista, ha un po’ sminuito l’appeal generale del nuoto in questi Giochi. E poi, almeno da noi, questa disciplina ha avuto una visibilità ridotta per colpa degli assurdi orari delle finali imposti dalla rete televisiva Nbc, che con una paccata di miliardi si è comprata il calendario olimpico. Davvero una brutta storia».
«Molto più credibile e interessante l’atletica – ha squillato la Pasionaria – Il livello è stato alto, altro che storie. Specialmente nei concorsi: le due gare dell’alto e l’asta maschile sono state incertissime, affascinanti, imprevedibili, ricche di capovolgimenti e di sorprese. E quella dell’asta femminile sarà stata scontata ma ha offerto un record mondiale di notevole portata».
Il Mago ha cercato di mettere un po’ di ordine: «In effetti non si può dire che atletica e nuoto abbiano deluso, visto che comunque da questi due sport abbiamo pescato i grandi nomi dei re e delle regine di questa edizione olimpica. Forse per il vezzo di stupire, poco fa, abbiamo lasciato da parte i momenti esaltanti di queste discipline; ma certamente non sono mancati. Comunque, per l’atletica, la Pasionaria ha ragione: meglio i concorsi delle gare in pista, salvate in genere dalle grandi prestazioni individuali (Bolt, i fondisti etiopi) ma spesso troppo squilibrate. Tra le corse, salvo lo spettacolo della staffetta femminile del miglio, con la grandiosa prestazione delle russe che hanno costretto le favoritissime americane a una battaglia tirata fin sull’arrivo. E poi le imprese delle mezzofondiste kenyane, fra l’altro le prime vittorie al femminile per questo paese: straripante la Jelimo negli ottocento (anche se corre nel modo che non mi piace, interpretando la gara come una doppia ripetizione dei quattrocento e tirando allo spasimo dall’inizio alla fine senza nessuna concessione al tatticismo), splendida la Langat nei millecinque per tempismo, potenza, colpo d’occhio e facilità di corsa. Però è vero che il meglio lo hanno offerto i concorsi: a parte le gare già citate da mia moglie, vorrei ricordare tutti i lanci, salvo le due gare modeste nel peso, e le due prove di lungo: anche qui, sorpassi, alternanza sul podio, sorprese, conferme faticose, emozioni a non finire.

Il Cinico ha incassato le controdeduzioni degli amici con aria vagamente scettica. Non si è perso in una sterile polemica, ma non ha rinunciato a mettere un po’ di pepe nella discussione. «Prendo atto che vi siete sempre molto divertiti – ha ironizzato senza calcare la mano – Però non credo che questa Olimpiade sia stata solo un susseguirsi di momenti esaltanti o, alla peggio, di fasi di accettabile routine. Direi che ci sono state anche delle pagine nere, dei momenti orribili, delle cose che abbiamo visto ma non avremmo mai voluto vedere…».
«Su questo – si è buttato prontamente il Mago – io ho un mio personalissimo podio. Al terzo posto ci metto tutti quegli atteggiamenti poco sportivi che stonano in qualunque competizione ma ancor più in un’Olimpiade: si va dalle indecorose combine tipo Italia-Camerun di calcio (e altre ce ne sono state in sport per noi meno visibili) agli osceni verdetti di certi giudici fino, per contro, alle smodate proteste sopra le righe, dall’armeno svedese che butta per terra la medaglia di bronzo al cubano che, buon ultimo, prende a calci in faccia il suo arbitro nel taekwondo. Al secondo posto ci metterei le ginnaste bambine cinesi, come simbolo dello sfruttamento a scopo politico-sportivo della malattia o della deformazione di natura; e tanto peggio se, come tutti sospettiamo, questi inquietanti mucchietti d’ossa nascondono illegalità anagrafiche o trattamenti genetici di modificazione. Al primo posto, però, ci metto Rogge e il Cio, cioè il carrozzone dirigenziale con il suo presidente. Troppe cose non hanno convinto in questa organizzazione, dalla scelta della sede alla gestione dei calendari. Ma mi limiterò, visto che qui stiamo sui piccoli fatti concreti, alle orride perle del lutto negato agli spagnoli dopo la tragedia dell’aeroporto di Barajas (ennesimo segno di un’impermeabilità di facciata agli eventi mondiali, che in realtà cela una concretissima sensibilità a tutti gli aspetti politico-economici) e delle parole spese a vanvera per censurare non si sa bene cosa nell’atteggiamento esultante di Bolt dopo le sue vittorie: tipici esempi della frustrazione che attanaglia questi affaristi, che non si contentano di gestire i loro maneggi nell’ombra ma pretendono pure di avere un pulpito dal quale moraleggiare sul nulla».
«Visto che te la prendi con gli affaristi – è intervenuto il Cinico – ti dirò che per me il momento più brutto è stata la farsa allestita intorno al predestinato Liu Xian. Predestinato alla sconfitta, come sapevano tutti coloro che ne conoscevano le imperfette condizioni e le ponevano onestamente a confronto con l’impetuosa crescita del suo rivale Robles. Solo che prima lo si è pompato come uomo simbolo per meglio vendere il prodotto olimpico ai cinesi (che non conoscevano di sicuro i nomi di quelle future cinquanta medaglie d’oro del sollevamento pesi o della lotta femminile), poi lo si è fatto scomparire per evitargli l’onta di una pesantissima sconfitta sul campo, in modo da mantenere intatta la spendibilità commerciale del personaggio e tentare pure di lucrare sul premio assicurativo. Una roba oscena, in cui il peggio del centralismo cinese si è mescolato al peggio del consumismo straccione all’occidentale».
Il Savio si è grattato l’ampia stempiatura, come volesse mettere ordine nei pensieri. «Di brutture ce ne sono state parecchie, a voler essere onesti – ha detto – A partire dai guasti causati dal clima inclemente per passare agli orari voluti dalle tv, cui già abbiamo accennato. E poi bisogna dare ben altro risalto, caro Mago, alle ruberie sistematiche perpetrate dagli atleti di casa un po’ in tutte le discipline. E bisognerebbe anche soffermarsi sulla resa televisiva dello spettacolo olimpico, per come ce l’ha propinato la Rai. E poi…».
«Altolà! – ha intimato il Mago – Qui si stava parlando di eventi sgradevoli, di pagine brutte, di fatti precisi: magari indicatori di certe realtà complessive, ma singoli e ben delimitati. Tu invece stai parlando di situazioni strutturali, che è ben altro discorso. Discorso da fare, ma lunghissimo; che va inquadrato in quel che questi Giochi ci hanno lasciato al di là del racconto degli eventi agonistici».

Era tardi. Tanto tardi che Inter e Roma avevano persino fatto in tempo a esaurire supplementari e rigori, e che la stessa supercoppa spagnola, iniziata a tarda serata, si era ormai conclusa.

Forse per i nostri, in tempi normali, non sarebbe stato neppure tardissimo, visto che era appena passata la mezzanotte. Ma da un paio di settimane le esigenze olimpiche avevano modificato i loro ritmi biologici, imponendo sveglie inusitate e conseguenti ritiri serali sensibilmente anticipati. Si capiva che era tardi dagli occhi sempre più velati dei tre, dalle parole sempre schiette ma sempre più faticose, dallo sgranchirsi di membra intorpidite. Anche i gatti di casa, abituati ai nuovi calendari, reclamavano vigorosamente il pasto notturno, quello che il Mago approntava prima di andarsene a letto.
Avevano bisogno di sonno, i nostri amici. Però si sono guardati in faccia e, senza bisogno di parole, si sono detti che non potevano perdere il filo. Il Mago si è alzato un attimo, ha scodellato la cena dei mici ed è tornato a sedersi al tavolo, pronto per ricominciare.
Avrebbe riposato l’indomani, dormendo fin tardi e prendendosela comoda. E affanculo chi avesse tentato di riportarli alla realtà con importune telefonate lavorative.
Loro hanno tirato dritto, dicendo mille cose interessanti. Cose che vi racconteremo la prossima volta, perché tanto spazio meritano da non poter certo essere sacrificate.
E per i nostri amici è cominciata così la seconda parte della notte. Stanchi, spossati, ma fieri. Soddisfatti di potersi illudere, ancora una volta, di essere signori e padroni quantomeno del loro tempo.

Postato da: abbaxiano a agosto 25, 2008 19:29 | link | commenti
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