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Nome: Cristiano Abbadessa
io sono il Mago, il Savio, il Cinico: i tre personaggi che si raccontano nel tempo attraverso i diari di Abba e che sono tre sfaccettature della mia personalità. Ho iniziato questa avventura narrativa con il “Diario Mondiale” dedicato ai campionati di calcio 2006, e ho proseguito con il “Diario d’autunno”, i “Racconti cubani”, il diario “A muso duro” e il "Diario elettorale".
Potete leggerne qualche stralcio o scaricarli per intero sul mio sito: http://xoomer.alice.it/huapi
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Giovedì 17 luglio, pomeriggio
La comprensione di ciò che è altro da sé è, per natura, impresa non semplice. Diventa ancora più ostica se questo altro appare, o forse è, davvero diverso, misterioso, magari a sua volta chiuso sulla difensiva.
Non sempre l’operazione riesce. Ma il suo eventuale fallimento, l’incapacità di gettare un ponte e aprire una via di comunicazione, non è di per sé una ragione valida, né sufficiente, per trasformare l’altro in nemico, in pericolo potenziale, in capro espiatorio dei propri malesseri e delle proprie paure.
Qualcosa è cambiato, negli ultimi quarant’anni. Basterebbe, in mancanza d’altro, ricordare alcune canzoni che hanno segnato la nostra infanzia e la nostra giovinezza.
In quel tempo, lontano ma non troppo, il popolo zingaro conservava, evidentemente, un suo fascinoso magnetismo, un rispettabile alone di mistero che incuriosiva e a volte seduceva. Fin da quando Iva Zanicchi e Bobby Solo affidavano la lettura del loro destino alla zingara cui porgevano fiduciosi e rassegnati la mano (Prendi questa mano, zingara / e dimmi pure che destino avrò). O, ancora di più, quando Umberto Tozzi invocava di voler vivere come uno zingaro, eretto a simbolo di un anelito di libertà assoluta (Zingaro voglio vivere come te / Andare dove mi pare, non come me).
Erano immagini ispirate a una concezione romantica della vita gitana, probabilmente già allora non più veritiera, forse troppo incline al luogo comune, magari pure un poco sdolcinato. Una concezione che definiva gli zingari legandoli indissolubilmente al nomadismo, alla magia, alla chiaroveggenza, alle giostre, a un qualcosa di sospeso tra una vita arrangiata e misteriosi poteri. Stereotipi e sospetti destinati a sopravvivere anche molto più in là, se è vero che il Savio ricordava, e con inevitabile sarcasmo, il caso di quella sua collega che ogni mattino e ogni pomeriggio lasciava cadere qualche spicciolo nella mano elemosinante della zingara che le ostruiva il passo verso il luogo di lavoro, affermando senza vergogna che in questo modo intendeva preservarsi dalle maledizioni, sicuramente efficaci, che le zingare sono solite scagliare contro chi rifiuta di far loro del bene.
Decisamente, da allora, molto è cambiato nella nostra istintiva percezione del popolo zingaro. Anzi, dei popoli zingari. Perché andrebbe sempre ricordato che quelli che noi unifichiamo sotto la definizione di zingari sono gruppi etnici diversi, in realtà fieramente distinti l’uno dall’altro, seppure in nessun modo nemici. Per questo eviteremo di chiamarli Rom, giacché i Rom sono soltanto uno di questi popoli, e seguiteremo a chiamarli col nome onnicomprensivo di zingari. Un po’ generico, forse; ma, d’altra parte, loro chiamano noi, i non-zingari, semplicemente gagi, senza troppe distinzioni e sfumature. Quindi, almeno quanto a genericità, siamo pari.
Oggi, a triste testimonianza di quel cambiamento di cui si diceva, il popolo zingaro è percepito e vissuto come la grande minaccia. Sono loro, gli zingari, i turbatori della quiete pubblica, il germe che mina la nostra società, il pericolo e il disturbo. Sono ridiventati, come già li aveva definiti Adolf Hitler, “gli elementi antisociali” da cui difendersi e, se possibile, da debellare. Nella loro diversità, nel loro visibile essere “altro”, sono diventati la personificazione delle mille paure, razionali e non, della nostra civiltà decadente.
D’altra parte, anche per chi non è disposto a scivolare lungo la china della condanna etnica, non è facile avere un’idea precisa degli zingari, conoscerli, capirli, penetrarne la cultura e gli usi.
Una prima difficoltà, come si diceva, deriva dal fatto che stiamo in realtà parlando di gruppi etnici tra loro molti differenti, per tradizioni e costumi. Solo che a noi, con la nostra lontana superficialità, paiono “tutti uguali”. E già questo complica la questione, anche se non si tratta certo del problema maggiore. Anzi, per evitare di incagliarci subito in faccende troppo complesse, accettiamo come punto di partenza la logica, sbagliata, di considerarli un tutt’uno uniforme. È una forzatura che, tra l’altro, non semplifica di molto le cose.
Perché il vero grande problema è che gli zingari ci appaiono, e in effetti sono, diversi da noi gagi. Però, a differenza di altri “diversi” dei nostri tempi, gli zingari sono qui da sempre. E la maggioranza di loro ha cittadinanza italiana, e non acquisita di recente bensì come dato storico costitutivo. Nonostante questa antica vicinanza, che avrebbe dovuto portare a una certa consuetudine, restiamo assolutamente impermeabili gli uni agli altri.
Se provate a pensarci, tutti quanti abbiamo degli amici, o perlomeno dei conoscenti, che appartengono a quel vasto mondo che, secondo una visione culturale ristretta, comprende tutti i “diversi” a vario titolo. Chi, per dire, non ha una certa familiarità con qualche immigrato, magari con più immigrati e di diversissima provenienza? Chi, cambiando genere ma restando nell’ottica fobica del cittadino comune, non conosce un omosessuale? E gli esempi potrebbero continuare, per confermare che tutti noi, per quanto chiusi e sulla difensiva, abbiamo certamente contatti e relazioni con persone che qualcuno potrebbe definire strane, devianti e marginali.
Ma quanti hanno invece un amico, o un conoscente, zingaro? Si tratta di evento rarissimo, a testimonianza di una compenetrazione sociale del tutto impalpabile. Colpa nostra, di noi gagi? Colpa loro, degli zingari? Colpa? Forse non ha senso parlare di colpa. Forse la convivenza e l’accettazione non devono per forza passare attraverso l’integrazione. Ma, di sicuro, la conoscenza aiuta quantomeno al rispetto, che è dovuto a tutti gli esseri umani.
Il Mago, quando capita di entrare in argomento, esprime la sensazione che gli zingari siano in qualche modo stati travolti da alcuni cambiamenti epocali, che hanno cambiato il volto della società contemporanea e investito il loro tradizionale sistema di vita. In particolare, il Mago pensa alla scomparsa di quei lavori artigianali cui da sempre erano dedite le comunità tzigane, tipo le creazioni o le riparazioni di oggetti d’uso quotidiano, in ferro o in vimini; allo stesso modo sono state marginalizzate alcune attività ludiche, per esempio le antiche giostre da sagra paesana, che rappresentavano anch’esse attività tradizionalmente gitane, addirittura nomadi per definizione. In questo modo, agli zingari sono venute meno le storiche, e lecite, fonti di approvvigionamento economico; quelle, in breve, che consentivano loro di campare. Ma forse anche questo è uno stereotipo; benevolo, tutto sommato, ma poco adatto a inquadrare correttamente i termini della questione.
Per il Cinico, invece, gli zingari sono paradossalmente vittime delle grandi migrazioni della società contemporanea. Proprio loro, migranti e girovaghi per estrazione, sarebbero tra i primi a pagare le conseguenze dei flussi incontrollabili di persone che solcano paesi nel mondo di oggi. Perché, argomenta il Cinico, non si può negare che il fastidio verso gli zingari è nato, o si è smisuratamente accresciuto, durante l’epoca delle recenti guerre balcaniche e della dissoluzione jugoslava. Giusto allora si videro nelle nostre città, sempre più numerosi e sempre più invadenti, zingari che elemosinavano fingendosi profughi di guerra per impietosire maggiormente, mentre al contempo non mancavano veri profughi, per nulla di etnia gitana, che si fingevano zingari stanziali per sentirsi italiani e trarne qualche utile o qualche diritto. E, nella nostra ignorante incapacità di discernere, cominciammo a mescolare tutto: zingari, slavi, albanesi e balcanici; nomadi e stanziali; criminali e vittime. L’uno valeva l’altro, in un magma indistinto che non ci interessava esplorare. E, per inevitabile osmosi, iniziammo ad attribuire agli uni le colpe o i difetti degli altri, e a tutti loro le colpe di chissà chi: furti, sequestri, rapine e prostituzione divennero attività illegali che connotavano le esistenze di “quelli là”, li chiamassimo zingari, slavi o albanesi secondo l’urgenza e il gusto del momento.
«La gente, al riguardo, dimostra tutta la sua desolante ignoranza e approssimazione – precisa per solito il Savio sull’argomento – Perché il pregiudizio si basa sul falso storico, facile da dimostrare ma difficilissimo da far digerire a chi rifiuta il confronto coi fatti. Per esempio, non si è mai dato il caso di zingari che rubano i bambini, come vorrebbe la vulgata; e vedrete come verrà lasciato passare sotto silenzio il momento in cui verrà ristabilita la piena verità, a oggi già sufficientemente delineata, su quel che è in realtà accaduto a Ponticelli, dove è stata inscenata una perfetta montatura camorristica allo scopo di lasciare mano libera alle squadracce prezzolate per liberare l’area del campo nomadi e restituirla alle brame della speculazione edilizia. Varrebbe semmai la pena di ricordare che è agli zingari che vennero rubati i figli, nella civilissima Svizzera di un secolo fa, per darli in adozione a famiglie benestanti affinché ricevessero una degna educazione e fossero reinseriti nella società come “persone normali”. Un modo come un altro di risolvere quel famoso problema degli “elementi antisociali”, in cui la presunzione razzista si mischiò a metodi degni della dittatura argentina quando si appropriò e redistribuì migliaia di bambini figli di oppositori, desaparecidos e non. E allo stesso modo andrebbe ricordato che la prostituzione è un’attività assolutamente marginale nel mondo gitano, esercitata da una percentuale insignificante di ragazze zingare, certo non superiore alla media della popolazione femminile italiana. Ma l’ignoranza aiuta la confusione, e la confusione consente di attribuire colpe senza andare troppo per il sottile e senza distinguere. Quanto ai meriti, ovviamente, non se ne riconoscono a nessuno».
Tra i nostri amici, il Mago è certamente quello più interessato al mondo degli zingari. Lui, stanziale fino all’immobilismo ma picaresco nell’animo, ne è effettivamente in certa misura affascinato.
Anzitutto per la capacità mostrata da questo popolo (questi popoli) di conservare identità e culture proprie, regole e stili di vita (magari discutibili; ma chi se la sente, oggi, di ergersi a giudice assoluto?), pur vivendo all’interno, o forse ai margini, di una società onnivora e globalizzata, che ha fagocitato, triturato e riplasmato in forme più massificate e digeribili tante altre civiltà, molte delle quali potevano apparire ben più solide e numericamente significative. Invece, mentre popoli di antica nobiltà finivano per conformarsi al consumismo planetario e a replicare il modello dominante dell’impero, questi manipoli di zingari, quasi inconsistenti nella loro entità numerica (in Italia, per dire, sono più di centomila, nonostante molti di noi credano di essere alle prese con una sterminata invasione), hanno difeso i loro tratti originari quasi senza sforzo apparente.
Poi, il Mago, trova che le zingare siano bellissime. Perché ritrova nei loro volti gli elementi essenziali di quei tratti balcanici, mediorientali e indiani che si esplicano in caratteri di evidente e immediata seduzione: gli occhi penetranti, i nasi irregolari e ben delineati, le labbra disegnate, gli zigomi prorompenti in varie fogge. In questo, dobbiamo dire che è pienamente assecondato dal Savio, che nelle donne gitane rivede quegli sguardi accesi e ambigui che già incontrò negli occhi delle egiziane, quando girovagava per Il Cairo, e che gli sembravano invitanti promesse di un erotismo insopprimibile.
Infine, il Mago trova meravigliosi i vestiti degli zingari, almeno i capi tradizionali. Sia gli abiti femminili, di forma ampia e dai colori vivi, sia quelli maschili, più essenziali ma dotati di una loro indubbia eleganza eclettica. Anche perché, di sicuro, in quelle gonne larghe e colorate e in quei gilet portati su camicie senza giacca il Mago ritrova qualcosa della sua giovinezza.
Eppure anche il Mago, nonostante il suo interesse e la simpatia, non si può dire che abbia avuto frequentazioni, o semplici contatti, col mondo gitano. Se non in casi sporadici e forme irrituali.
Il primo caso di contatto, peraltro tutto da dimostrare, è stato indiretto e non precisamente piacevole. Pare, infatti, che alcuni anni fa degli zingari abbiano rubato nella casa del Mago e della Pasionaria, mentre loro erano a qualche centinaio di chilometri di distanza, nel pieno di una vacanza estiva. Diciamo “pare” perché il furto, che certamente è avvenuto, non lo ha ovviamente visto nessuno. La paternità è stata attribuita agli zingari per il semplice fatto che dalla casa sparirono alcuni ori della Pasionaria, mentre vennero lasciati al loro posto numerosi monili d’argento, altrettanto belli e forse solo di poco meno preziosi; poiché si dice che gli zingari considerino l’argento un elemento maledetto e portatore di sventura (ma forse anche questa è una semplice diceria), si stabilì che i ladri dovevano essere per forza degli zingari.
Il Mago, ovviamente, non prese bene l’introduzione di estranei in casa e la spoliazione subìta. Per un paio di giorni, di conseguenza, gli zingari entrarono in massa nel novero delle persone che gli stanno sul cazzo (per solito, queste classificazioni il Mago non le fa su base etnica).
Dopodiché, però, fatto l’inventario dei danni subìti, il Mago ebbe la malaugurata idea, tipica del buon cittadino, di recarsi nella più vicina caserma dei carabinieri per presentare la dovuta e regolare denuncia, pur sapendo che si sarebbe trattato di gesto inutile, per quanto riguardava un impossibile recupero della refurtiva. Qui, una volta compiute tutte le formalità del caso e redatto il verbale, il Mago e la Pasionaria furono raggiunti dal comandante della caserma, il quale improvvisò un’intemerata elettoralistica contro le sinistre (allora al governo: era l’estate del 2000) troppo tolleranti nei confronti degli immigrati, degli zingari, degli albanesi, e dei delinquenti in genere (universo formato, a quanto pareva di capire, esclusivamente dai tre gruppi citati in precedenza). Il Mago trovò pure il modo di rispondere male al maresciallo, facendogli presente che quanto a guai giudiziari e a disprezzo per l’onestà vi erano politici (e non certo prevalentemente a sinistra) che non avevano nulla da invidiare ai ladruncoli comuni; e che forse erano proprio questi politici a cercare di neutralizzare i giudici e di assicurare un’impunità diffusa, cosa che il comandante imputava invece al lassismo delle sinistre.
A quel punto, il Mago si dimenticò degli zingari e stabilì che il maresciallo dei carabinieri gli stava molto più sul cazzo dei ladri, chiunque essi fossero. Solo che, ingenuamente, ritenne all’epoca che zingari, immigrati e albanesi fossero, per quel carabiniere, solo un utile punto d’appoggio su cui far leva per concedersi un po’ di propaganda elettorale filoberlusconiana in vista delle elezioni politiche dell’anno successivo. Era, temiamo oggi, una pia illusione. Quel maresciallo cominciava a dare libero sfogo, lui, rappresentante dello Stato, a una virulenza razzista che andava ben oltre il calcolo politico spicciolo.
Qualche anno più tardi, giusto un paio di estati fa, il Mago ha poi conosciuto quella attrice, artista e mediatrice culturale, serba di origine gitana, che alle elezioni comunali fu candidata per la lista di Dario Fo (e che alle ultime politiche ha invano corso nei primi posti della coalizione della Sinistra). Gliela presentò la Pasionaria che, come i nostri lettori fedeli ricorderanno, in quella campagna elettorale si spese senza risparmio proprio per la lista guidata dal premio Nobel.
La ragazza in questione era (è) bellissima, gradevolmente simpatica, forse soltanto un po’ troppo sponsorizzata rispetto al suo reale spessore politico. Purtroppo, agli occhi del Mago aveva il difetto di avere quale principale sponsor e protettore un bieco individuo che tempo addietro aveva praticamente cercato di far la pelle al Mago stesso, metaforicamente ma non troppo. Il Mago aveva evitato il peggio, in capo a una battaglia giudiziaria interminabile in cui l’aveva ficcato proprio il doppiogiochismo del soggetto in questione. E tanto bastava, ovviamente, a tenere il nostro amico lontano dalla candidata zingara e dal suo imbarazzante entourage.
In ogni modo, al comizio di chiusura della campagna elettorale il Mago era riuscito a vincere la ritrosia e a presentare la candidata al Savio, invitato per l’occasione. Scopo dell’incontro, per il Savio, era agganciare un autorevole rappresentante del mondo gitano, in modo da poter avere qualche informazione in più sulla cultura e le usanze di quei popoli; materiali che avrebbe poi utilizzato nella stesura del suo nuovo libro di educazione alla cittadinanza per i ragazzi delle scuole medie. Il Savio era contento per l’incontro e per lo scambio di telefoni con la giovane mediatrice culturale, perché si rendeva conto di non essere andato oltre una serie di banalità politicamente corrette, quando aveva scritto la prima edizione di quel testo. Ora era sicuro di poter avere una conoscenza più diretta della questione, e di potersi confrontare con una voce interna a quel mondo di cui conosceva onestamente pochissimo.
Il Savio pensava che di lì a poco avrebbe chiamato la candidata per incontrarla, perché la nuova edizione del suo libro era, secondo l’editore, di imminente realizzazione. Tanto imminente, che fino a oggi non se ne è più saputo nulla. Così il Savio ha riposto quel numero telefonico tra le cose inutili e si è rassegnato a non vedere mai pubblicata quella nuova edizione. Il contatto con il mondo gitano era saltato, a quel punto; ed era un peccato, perché era andata persa un’occasione per saperne qualcosa di più.
Il rammarico per quel mancato incontro si è fatto sentire negli ultimi tempi. Perché quella conoscenza che all’epoca era solo una curiosità professionale, e una testimonianza di serietà da parte del Savio pedagogo, è diventata oggi una vera e propria emergenza civile.
Con il famigerato decreto sicurezza del governo, infatti, siamo arrivati alla schedatura su base etnica. Non c’è un’altra definizione possibile per la raccolta di impronte degli zingari, nei campi nomadi.
«Meno male che l’Unione Europea, con il suo richiamo, ha ricondotto il problema alla sua dimensione essenziale – ha commentato il Cinico, dopo che le autorità comunitarie avevano censurato come “ discriminazione razziale” la trovata del governo italiano – In tal modo si è eliminato l’equivoco che rischiava di sorgere, innestato dal sempiterno mammismo italico. Pareva infatti che, secondo questa pietistica e pietosa corrente di pensiero, l’elemento di scandalo fosse dato dal fatto che si prendevano le impronte ai bambini zingari. Mentre questo aspetto, per il quale si sono versate lacrime facili, era solo la conseguenza incidentale di una mostruosità ben più ampia».
«Verissimo – ha concordato per una volta il Savio – La questione è assai più seria. Schedare gli appartenenti a un gruppo etnico, prendendo per loro un provvedimento che li distingue da tutti gli altri soltanto sulla base di questa loro appartenenza, è un modo di agire scopertamente razzista. Non ci sono davvero altri modi per definirlo, guardando semplicemente ai fatti. Prendere le impronte agli zingari in quanto tali significa stabilire ex lege la loro diversità; ma significa anche certificare in modo ufficiale la diffidenza istituzionale nei confronti di un preciso gruppo etnico, cosa che apre la strada a qualunque passo successivo».
«È un qualcosa che non avrei mai creduto di vedere in vita mia, nel mio paese – ha commentato avvilito il Mago – È un obbrobbrio giuridico, una scelta incivile, un calpestamento della dignità e dei diritti umani. Non riesco neppure a trovare le parole giuste, tanto sono sbigottito da una misura così apertamente razzista e discriminante. Una cosa che non era neppure concepibile, neppure nei miei peggiori incubi. E l’ulteriore tragedia è che si tratta di un provvedimento che passa quasi sotto silenzio, che incontra un’opposizione blanda, che viene criticato ma in qualche modo tollerato, talora persino giustificato con argomentazioni capziose e spesso contraddittorie. Senza che scatti quell’indignazione civile che uno scempio di questo tipo meriterebbe».
Qualcuno, infatti, spiega che non si tratta di una schedatura, ma di un semplice censimento: necessario, perché altrimenti si accetta che i campi nomadi vivano una sorta di extraterritorialità. Ma ha un senso procedere a un censimento prendendo le impronte digitali delle persone?
Allora, con malcelata furbizia, si finge di annacquare il tutto stabilendo che in futuro le impronte digitali verranno prese a tutti e che saranno parte integrante dei documenti di identità. In futuro, però. Dal 2010, si dice; ma omettendo di precisare che questo vuol dire “a partire dal 2010”, quando il cittadino andrà a rinnovare il suo documento, la cui validità, però, è stata nel frattempo estesa a dieci anni: quindi, a occhio, un cittadino italiano lascerà le sue impronte, se verranno mai prese per davvero, in un lasso di tempo variabile tra il 2010 e il 2018, a seconda di quando ha rinnovato l’ultima volta la carta d’identità. Intanto, si procede per via immediata all’identificazione e alla schedatura degli zingari; che non riguarda in alcun modo la concessione di documenti, ma che va a costituire una banca dati di riferimento, utile, è sottinteso, al contrasto della criminalità.
Qualcuno ha persino avuto il coraggio di sostenere che questo provvedimento tutela i piccoli zingari, ed è pensato proprio per favorire la loro integrazione e impedirne lo sfruttamento. Un po’ contraddittorio, come spiega furibonda la Pasionaria: «Se dai per scontato che i piccoli zingari vengano sfruttati e impiegati in attività illegali, il fatto di prendergli le impronte non li tutela ma li condanna a una sorte peggiore. Perché, in tal caso, vorrà dire che qualcuno provvederà a bruciargli i polpastrelli con l’acido, come si usa fare con gli spacciatori camorristi per impedirne l’identificazione».
C’è persino chi ha detto, e sicuramente non ha mentito, che alcuni autorevoli membri di certe comunità e di alcuni campi non si sono opposti al provvedimento, e non considerano scandaloso, ma forse persino tutelante, questo insolito censimento. Qui è il Savio a montare su tutte le furie: «Ma si rileggano la storia! Anche i nazisti schedarono gli ebrei attraverso la collaborazione degli Judenrat, nei quali, accanto alle autorità del regime, sedevano influenti membri della comunità ebraica. Anche loro dicevano che si procedeva a un censimento per tutelare i diritti di un popolo diverso, di una minoranza. Poi, a seguire, vennero gli espropri, i ghetti, le deportazioni, i campi di lavoro, quelli di sterminio, la soluzione finale, la shoah. Quella condiscendente collaborazione iniziale è l’appiglio che, ancora oggi, consente agli antisemiti di sinistra di sostenere che furono alcuni circoli ebraici a finanziare il nazismo e che gli ebrei ricchi furono i primi a favorire lo sterminio degli ebrei poveri; una rilettura tendenziosa, che riduce tutto a una questione di classe e non di etnia (di razza, preciserebbe un nazista), resa però possibile da quell’equivoca condiscendenza di molti ebrei verso le prime forme di censimento e schedatura del loro popolo».
«Hai ragione – ha commentato il Mago, dopo che il Savio aveva espresso le sue tesi per l’ultima volta – Di fronte a misure di questo tipo non si può nutrire nessuna fiducia e non è concesso abbassare la guardia accettando minimizzazioni e sottigliezze. Quando si incomincia a individuare un popolo o un gruppo etnico e a sostenere che rappresenta “un problema”, ecco che si spalanca la porta alla barbarie. E la soluzione è scontata».
«Il fatto è – ha osservato velenoso il Cinico – che non è da oggi che sento parlare di un “problema zingari”. Mi pare che l’espressione sia stata ampiamente usata da autorevoli esponenti del centrosinistra, prima e dopo l’ultima campagna elettorale».
«Apprendisti stregoni – si è infuriato il Mago – Gentaglia priva di idee e di valori, che crede di poter sopravvivere solo inseguendo le paure che altri, più scafati, hanno saputo suscitare nelle pance del popolino. Ma quando cominci a usare queste espressioni, quando parli di un gruppo etnico come di “un problema”, non puoi illuderti di farlo da sinistra, dal centro, da moderato o da solidale. Sei già entrato in quella logica che prevede una sola conclusione: censimenti, schedature, e via fino a un bel triangolino marrone appuntato sugli abiti, come facevano i nazisti per identificare gli zingari. Poi si possono anche rispolverare le stelle gialle per gli ebrei (ma magari potrebbe essere una mezzaluna per gli arabi), i triangoli rossi per gli oppositori politici (oggi li chiamerebbero “estremisti e potenziali terroristi”) e, perché no, i triangolini rosa per gli omosessuali (col vento clericale che tira, molti vedrebbero la cosa con favore, mi sa). Così, tanto per cominciare a identificare i nemici della società. In attesa, come ovvio, di approntare qualche bel campo per una soluzione più acconcia e definitiva».
La paura, specie se attizzata ad arte, gioca davvero dei brutti scherzi. Quando la coscienza civile abbassa la guardia, solo la conoscenza permette di combattere quella deriva che l’ignoranza fomenta. Una conoscenza dell’altro che può tradursi in convivenza, in integrazione, o in semplice rispetto. Sono atteggiamenti diversi tra loro, indubbiamente; ma l’importante è che sono tutti, e radicalmente, diversi dalla discriminazione.
Altrimenti, restando nella propria quieta ignavia, il rischio è altissimo. Un antico adagio dice che, storicamente, la tragedia tende a ripresentarsi una seconda volta coi toni della farsa. Ma si tratta di una considerazione consolatoria, che purtroppo non è sempre vera. C’è il pericolo, concreto, che le tragedie si ripresentino, a distanza di tempo, con gli stessi lugubri panni di una nuova tragedia.
